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Relazione della Ribellione di Sabato Pastore   
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Prefazione

  
Relazione della Ribellione si Sabato Pastore
In foggia nell'anno 1648
del P. fra Gabriele da Cerignola

Avevamo fermato la nostra attenzione su di un importante avvenimento storico nazionale, che ebbe larga ripercussione in Capitanata e, segnatamente in Foggia: la rivoluzione, così detta, di Masaniello.
Data la notorietà del fatto, in quanto fu movimento che percorse tutto il meridione d’Italia, ce ne siamo occupati, e, in conclusione, ci è sembrato che l’ultima parola non sia stata ancora detta, e che i moti non sono stati messi in quella luce, o non sono stati vagliati come andrebbero.
Non intendiamo di venire a segnare noi la pietra miliare, e dire: più oltre non si va. Sarebbe la nostra una pretensione troppo arrischiata. La storia è una scienza, e come tale, in continua trasformazione e progresso: i fatti, magari, sono sempre quelli, ma possono essere presentati sotto un altro punto di vista; possono essere corroborati da altre circostanze o da minuzie ignorate, che hanno sempre il loro peso nella valutazione generale. In questo senso intendiamo dunque portare un nuovo, ma modesto contributo alla storia di quegli anni.
Generalmente tutti gli storici della Capitanata, senza un discernimento critico e un indirizzo storico, copiandosi spesso a vicenda, si limitano all’esposizione più o meno cronologica dei fatti. Ma la storia, oltre ad essere una scienza, come dicevamo, non consiste soltanto nella semplice successione di guerre e di rivoluzioni, di pace e quiete. Nel torbido o nel sereno, agiscono forze, talora manifeste, che sono un lento lavorio nello sgretolamento della compagine sociale o statale, per dar luogo ad un’altra sistemazione.
Quando quelle forze, però, anziché lavorare a tempo indeterminato, esplodono con violenza, danno luogo alla rivoluzione, che, se non è stata preparata e preceduta da una seria organizzazione di movimento e d’idee, rispondenti a nuove esigenze, finisce in una bolla di sapone: è una rivoluzione di piazza. E questo avvenne appunto per la rivoluzione di Masaniello nel suo aspetto generale, in tutto il Mezzogiorno d’Italia, e conseguentemente in Foggia e in Capitanata. Per la Capitanata, un simile lavoro preparatorio alla storia, nel suo senso più largo e vero, non è stato ancora fatto. E chi non vuol limitarsi a copiare, ha da ricorrere alle fonti inedite.
La rivoluzione di Masaniello, a Foggia, ebbe due fasi. Col moto del luglio 1647, noi ci troviamo di fronte a un movimento essenzialmente popolare, spontaneo, improvviso: la causa fu la schioppettata di un soldato. Ma per quanto impreparato, non possiamo e non dobbiamo negare che un fermento già c’era, qualche cosa di vago correva per l’aria; gli animi erano eccitati, non si aspettava che il momento, l’occasione.
E infatti pervenivano notizie della capitale in tumulto, notizie che non potevano lasciar nell’indifferenza i foggiani, che avevano delle buone ragioni per non essere contenti del governo vicereale, nei suoi rappresentanti e ufficiali della Regia Dogana. Sicché un complotto covava, ci si teneva pronti per insorgere alla minima occasione e far man bassa di tutto. I facinorosi, quei che avrebbero pescato nel torbido, non dovevano mancare; questi attizzavano il fuoco, tenevano sempre desta la fiamma. I vantaggi per costoro potevano essere enormi: esempio poco edificante offrivano già molte città.
I tumulti e le sommosse degli anni precedenti, non avevano dato il destro ai tumultuanti e ai caporioni di impossessarsi della pubblica amministrazione. Si sperava trovar tesori nelle casse della Regia Dogana; le fosse erano piene di frumento, i proprietari, a cui imporre taglie, in buon numero. Sicché tutto era visto di oro, in Foggia; occorreva un tumulto di larga portata. Per l’innanzi le cose si erano alla meglio accomodate; si era ricorso all’interposizione di preti e frati che numerosi e autorevoli erano a Foggia.
  Ma con questi ripieghi, con questi mezzi termini, col cercare di far vedere che l’abbondanza vi era, non si riusciva che a ritardare l’evento, non ad evitare il disastro, che sarebbe certamente venuto dal momento che, neppure nella capitale, si era riuscito a mettere le cose a posto. Sembrava però che l’avvenimento del luglio dovesse essere definitivo per i dimostranti, per il gran numero di gente che si era radunata minacciosa, dinanzi al palazzo della Regia Dogana. Eppure questa volta il popolo si accontentò di poco, lasciò correre ancora l’acqua torbida per il suo verso, impaurito per di più dalla soppressione dei due capi più temuti.
  Riteniamo però che le cose non erano giunte a maturazione o mancava l’animatore vero del movimento, quei che avesse saputo infondere forza ed energia. Quando questi venne, tutto procedette a gonfie vele per i facinorosi e i ribaldi: si ebbero così i fatti del gennaio 1648. Non vogliamo con ciò presentare il Pastore come l’eroe degno di essere additato all’ammirazione dei posteri. Tutt’altro. Non ne aveva le qualità e il suo operato sta tutto contro di lui a testimoniare che fu un degenerato, un perverso della stessa risma, e forse con una dose maggiore, dei suoi accoliti. Da semplice impiegato, col suo losco saper fare, riuscì ad arrogarsi il titolo di Doganiere e ad avere tutto nelle mani.
  Il Pastore e i suoi seguaci, però, non erano i soli interessati. Il popolo si mosse, è vero, nell’illusione di pronti e immediati benefizi; ma quando s’accorse di essere uno strumento cieco nelle mani di pochi, quando gli sperati benefizi non vennero, si mantenne nella indifferenza, passò poi all’opposizione acclamando da ultimo i vecchi tirannelli. Certo che il Pastore non sarebbe riuscito ad aver ragione della forza, se non avesse avuto la collaborazione e la partecipazione della massa.
  Ma un’altra classe prese parte attiva in quel tumulto: quanti avevano delle locazioni. Si sapeva bene che un brusco cambiamento avrebbe prodotta per conseguenza una confusione enorme nella Regia Dogana; e anche se il movimento avesse avuto una breve durata, come infatti avvenne, l’intento dei locatari era doppiamente riuscito, in quanto, il ritorno all’antico, avrebbe generato una nuova confusione. Ora gli avvenimenti davano bene a sperare, e questi signori non erano pochi.
  Fatta da ultimo la somma degli avvenimenti, sebbene di essi abbiamo visto in azione solo alcuni personaggi e i moventi principali, si vede chiaro che ad essi erano interessati i caporioni nel loro esponente massimo, il Pastore, e una categoria di cittadini, mentre il popolo, a benefizio del quale s’intendeva appunto portare notevoli innovazioni nelle pubbliche amministrazioni, secondò i moti, ma rimase ingannato e deluso. Infine, fu un bene o un male? Alla rivoluzione, nella sua importanza generale, alcuni hanno voluto assegnarvi un indirizzo che precorre i tempi. Limitando le considerazioni su quanto avvenne in Foggia e in Capitanata, il moto non fu che una breve parentesi che fece deviare, per poco tempo, il regolare procedere delle cose. Gli inconvenienti che si avevano a deplorare, ogni sorta di irregolarità che vigeva, tutto quel tirare innanzi caotico, alla rinfusa, continuò per molto tempo ancora, senza che le autorità riuscissero a porvi un freno, o per lo meno a limitare gli abusi.

Fra Gabriele da Cerignola

La prima spinta ad occuparci del 1648 l’avemmo dall’aver rinvenuto un manoscritto. Ferdinando Villani, a pagina 99 della sua opera La Nuova Arpi, parla dell’azione conciliatrice svolta da un fra Gabriele da Cerignola, e, alla pagina seguente, aggiunge ancora, di aver desunto le notizie di quell’anno infausto da un manoscritto dell’epoca. Per qual ragione, il Villani, così prolisso a certi riguardi e così ricco di citazioni spesso inutili, sia stato poi tanto riservato da tacerci l’autore del manoscritto, o, comunque, la fonte dalla quale attingeva, non sappiamo spiegarcelo. Evidentemente, e chiunque può accertarsene dal confronto, egli ha avuto sotto gli occhi la Relazione di fra Gabriele, che avrà letto in casa di Francesco Rio. E qual differenza, fra il racconto semplice e piano del buon frate e la narrazione storica del Villani! Questi è freddo narratore dopo più di due secoli, quegli è il personaggio principale dei fatti stessi che narra.
La copia del Rio trovasi ora alla Biblioteca comunale di Foggia, senza alcuna indicazione circa la provenienza. L’originale, non sappiamo dove sia andato a finire dopo la prima o la seconda soppressione dei Cappuccini di Foggia. Confessiamo quindi di ignorare tutte queste cose, per poter venire a capo delle quali, non abbiamo risparmiato fatiche e ricerche.
Il suo nome e la sua patria ci vengono dati dal manoscritto dal quale sappiamo anche che era guardiano dei Cappuccini di Foggia proprio in quell’anno della ribellione, 1648. E di questa ribellione appunto parla.
Il nostro fra Gabriele, quale ci appare dal suo scritto, non è di quegli eremiti dei secoli intorno al mille, i quali negli obituari, o ai margini dei breviari, annotavano un avvenimento, anche grande, senza nulla aggiungere.
Egli invece racconta, con minuzie e particolarità, con scorrevolezza e facilità. Ma, non vorremmo dirlo, è un egoista, di quell’egoismo buono e santo per cui spogliandosi del proprio io, si incorpora in un altro io più grande, in quello della comunità religiosa di cui fa parte: fra Gabriele e il convento sono due cose che non si staccano e tutto vede con gli interessi di due personalità unite e distinte. Le cose che narra, intanto le dice in quanto vengono a intaccare una di quelle due esistenze.
Forse non avrebbe scritto quelle pagine se i suoi interessi o quelli del convento non fossero stati lesi, così barbaramente, se egli in quel torbido avvenimento non avesse avuto da patire tanto e non fosse stato quasi trascinato a prendervi parte. Ed è tanto minuzioso e scrupoloso, a questo riguardo, da farci sapere con tutto il suo rammarico, che le legna del convento erano preda dei soldati messi a guardia, i quali pare avessero un gusto matto a bruciarne quante più potessero. Avevano bisogno di riscaldarsi la notte e lo facevano senza lesinare nella materia combustibile.
Ma in mezzo a tanto torbido egli, che avrebbe potuto certamente farlo, non allarga il suo sguardo, non gira intorno i suoi occhi, non si porta tra il popolo la cui miseria, come dice Dante, non lo tange. Egli è sempre con se stesso, nel suo convento, o col pensiero al convento quando è fuori e non agisce che per questo. Non una idealità lo spinge a seguire un partito o un altro, per quanto sia della parte spagnola. E di questa neppure parla con calore: non ha un’anima, un coraggio. Subisce l’azione, non s’agita, non si muove. Ma non maledice il caso per cui il suo convento è il bersaglio delle contumelie e del vociferio di tutti, ed è preso ed occupato dai soldati rivoluzionari. Ed egli soffre, e per salvare le mura del giardino del convento preferirebbe essere ammazzato. Non può naturalmente evitare di scagliarsi contro l’autore di tanti delitti, il Pastore, il quale agiva senza alcun ritegno e secondo i propri interessi.
Non ha quindi una visione ampia degli avvenimenti. Eppure bastava affacciarsi un po’ fuori, a pochi passi dal convento, per sapere tante cose e tramandarle. E lo faceva questo, e lo dice espressamente in fondo che, a voler scrivere tutto, sarebbero occorsi molti volumi. Invece si limita appena a dire che la ribellione di Sabato Pastore non fu che una conseguenza della rivoluzione del pescivendolo Maso Aniello. Le autorità foggiane, il conte di Mola Reggente di Cavalleria e Governatore della Regia Dogana, e l’Uditore Antonio Capobianco non avevano potuto mantenere la quiete e avevano preso la via più sicura per sottrarsi a possibili guai. Poche furono le città della Capitanata che non secondarono il movimento: il partito popolare insomma, era predominante ed aveva aderito alla proclamazione della Serenissima Repubblica di Napoli. E dopo questa brevissima introduzione ci porta in mezzo al racconto principale e fra i personaggi e le cose che stanno a lui a cuore, dai quali non si stacca più sino alla fine.
Non vogliamo noi oggi, con la mentalità nostra e laicale, essere troppo esigenti con lui, e quasi a pretendere quello che non ha voluto darci, diciamo solo che è ben poco, mentre come contemporaneo, dal momento che si era messo a scrivere, poteva benissimo dirci tutto quello che sapeva. In questo caso saremmo stati anche disposti a perdonargli il suo spagnolismo.
E quale fu il suo scopo con lo scrivere quella breve relazione? Far conoscere solo le sofferenze sue e quelle degli altri frati? il carcere di due religiosi esposti quasi ogni giorno alla tortura, fra lo scherno di quei ceffi? E non si curava d’altro? Eppure aveva intorno a sé, poco oltre la cinta del convento, una massa di popolo che si era mosso, lusingato, ingannato, deriso. Quel moto non fu che il coronamento di tanti inutili tentativi, che dovevano essere a sua conoscenza. Non ne vedeva la necessità e l’urgenza e perciò li condannava? Forse rifuggiva dal parlare di cose che gli repugnavano? Ma se il movimento degenerò per gli esponenti, per quelli che cercarono di trarre i maggiori vantaggi possibili, non bisogna negare che la rivoluzione rispondeva ad una necessità; diversamente, sia pure nel primo momento, non avrebbe avuto consenziente il popolo. Tutto questo il buon frate non vede: ci fa la figura del fra Galdino manzoniano per quanto non abbia la gretta mentalità di questo. Oh! fra Cristoforo faceva ben altro e il convento non ne scapitava.
Sabato Pastore, il despota di quei due mesi, ci vien dipinto, in quei brevi tratti, coi più foschi colori; ma perché e quando? Solo perché e quando fra Gabriele e quel padre predicatore erano ricorsi a lui invano. La Regia Dogana poi, durante la ribellione, era un pandemonio, una confusione, una Babilonia, con quella razza di Doganiere, perché il buon fra Gabriele ebbe a penar molto prima che fosse introdotto a presentare le sue lagnanze con le lacrime agli occhi.
Insomma il racconto di fra Gabriele non è che una dolorosa pagina della storia del convento dei Cappuccini in Foggia, in relazione appunto ad un grande avvenimento politico per cui frati e convento vissero giorni di trepidazione, di attesa dolorosa.
Era conte di Conversano nel 1648 il notissimo Guercio di Puglia, Giangirolamo Acquaviva d’Aragona. La fama di questo novello Ezzelino, come lo dice il Muratori, aveva atterrito i foggiani. Il conte aveva avuto ordine di domare la ribellione nelle varie città di Puglia. Si sapeva come si era comportato con Nardò, aveva poi ridotto all’obbedienza Altamura, Canosa, Barletta, Cerignola. I foggiani gli andarono incontro aprendogli le porte, consegnandogli le chiavi e dichiarandosi fedelissimi del re di Spagna. Ma i suoi modi, le sue prepotenze, le richieste per il mantenimento delle sue soldatesche gli alienarono l’animo dei foggiani che non vedevano l’ora di liberarsi da un tale uomo d’armi.

Oronzo Marangelli

 

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Scheda bibliografica
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Autore Oronzo Marangelli 
Titolo Relazione della Ribellione di Sabato Pastore
Editore Edizioni Fiammata - Foggia
Prezzo € s.p.i.
data pub. novembre 1932
In vendita presso:
 www.editriceparnaso.it 

E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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