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Socialismo e identità - nella Puglia degli anni Duemila
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Prefazione di Giuseppe Vacca

  
Socialismo e identità - nella Puglia degli anni Duemila  

L'utilità e i motivi d'interesse di questo libro sono diversi.
Innanzi tutto l'accuratezza e la serenità con cui viene ricostruito il travaglio dei socialisti pugliesi nell'ultimo decennio (i socialisti che provengono principalmente dal PSI e che, dopo il collasso di quel partito, si divisero e sono ancora raggruppati in diverse formazioni politiche).
E un lavoro molto utile per tenere sott'occhio la cartografia politica della Seconda Repubblica, indispensabile per chiunque voglia superarne le incongruenze e le infelici sedimentazioni.
Lo è in particolare per quanto riguarda la vicenda del «socialismo diviso» in una regione come la Puglia, dove il PSI aveva avuto una rilevanza e una storia di prima grandezza. Infatti, quella vicenda testimonia, forse meglio che in altre realtà, il permanere e il complicarsi della «questione socialista» dopo la fine della Prima Repubblica.
Sarebbe interessante soffermarsi sulle diverse modalità e i diversi significati che essa assunse, dalla caduta del fascismo alla fine del PSI. Ma non è questo il luogo. Basti dire che, se l'evoluzione politica della Prima Repubblica non l'aveva risolta e anzi l'aveva resa sempre più aporetica e pungente, neppure il terremoto politico della Seconda Repubblica ne ha favorito la decantazione.
Mi riferisco al problema, molto più vasto di quello trattato da Gianvito Mastroleo, dell'esplosione del PSI, fra il 1993 e il 1994, in tutte le direzioni.
Questo libro si occupa della ingiustificabile frammentazione di quelle tendenze del socialismo pugliese e italiano che, pur restando fedeli alla loro origine, si sono frammentate e ora sembrano convergere nella Costituente socialista; ma restano fuori quelle parti del PSI confluite in Forza Italia, da un lato, e nei DS dall'altro, onde l'intero panorama della diaspora socialista pone un interrogativo pressante: come si spiega il carattere così radicalmente antinomico e multiverso di quella esplosione? Forse bisognerebbe tornare a indagare i centotrent'anni del socialismo italiano con nuove lenti e in uno spettro più ampio di quello offerto dalla storia nazionale.
Ma, per stare alla ricognizione di Gianvito Mastroleo, vorrei limitarmi a svolgere alcune considerazioni sul fenomeno più significativo che egli mette in luce.
Può darsi che mi faccia velo l'adesione convinta al progetto del Partito Democratico, ma mi pare che la ricostruzione dell'autore evidenzi una correlazione sempre più stretta fra il prender forma di questo partito e la spinta alla ricomposizione dell'«area socialista».
Se ciò è vero, se ne possono trarre alcune conclusioni politiche rilevanti anche per quanti si impegnano nella Costituente socialista.
La prima è che, evidentemente, la nascita del Partito Democratico sollecita le dinamiche di tutte le altre forze politiche, e quindi ci si può attendere che, una volta a regime, avrà un impatto rilevante sull'articolazione dell'intero sistema politico. Appare perciò decisivo il modo in cui, nel campo del centro-sinistra, ci si rapporterà a esso. Ed è consigliabile tenerlo sotto osservazione con il realismo con cui si affrontano tutti i fenomeni politici veri: cioè come un attore politico rilevante, del quale si dovrà valutare attentamente la capacità riformatrice e l'incidenza.
La Costituente socialista sembra oscillare fra un'avversione di principio al Partito Democratico e la voglia di condizionarne il profilo.
Mi pare che ambedue le tendenze siano presenti nel saggio di Gianvito Mastroleo, per il quale il Partito Democratico appare da un lato come un'«ultima illusione» liquidatrice dell'identità socialista non solo dei DS, e, dall'altro, la definizione di un nuovo campo di forze in cui anche il «socialismo diviso» potrà ritrovarsi e rinnovarsi, e, ricomposto in unità, proiettare sul nuovo partito il segno del proprio riformismo.
E un'oscillazione che in parte si spiega con il modo in cui si è giunti alla decisione di dar vita al Partito Democratico; ma che tuttavia genera una duplicità che va risolta e credo possa essere superata interagendo con il processo costitutivo del PD.
Sicuramente non ha giovato il modo in cui si è giunti a decidere la costituzione del Partito Democratico.
L'autore ricorda che il suo primo passo era stata la federazione dei partiti dell'Ulivo, subito dopo il risultato positivo della lista unitaria DS-Margherita nelle elezioni europee del 2004. All'epoca lo SDI, che, secondo una metafora di Formica condivisa dall'autore, è l'unica formazione partitica che potrebbe fare da «pesce pilota» della «ricomposizione socialista», appariva un fautore convinto della evoluzione dell'Ulivo in una formazione politica unitaria.
Tre anni dopo, al nastro di partenza si ritrovano solo i DS e la Margherita.
Non c'è dubbio che ciò costituisca un impoverimento serio.
Per di più la questione non ancora risolta del rapporto del PD con il PSE fa temere giustamente che nel nuovo partito il riformismo socialista possa essere mortificato e svigorito.
Ma queste preoccupazioni non dovrebbero annebbiare la consapevolezza del perché a dare inizio alla fase costituente si siano ritrovati solo i DS e la Margherita, e non anche lo SDI e i Repubblicani Europei che, nel 2004, avevano avviato la federazione dell'Ulivo; né dovrebbero indurre a sottovalutare il significato e il valore dei congressi dei DS e della Margherita, che hanno deciso di costituire il Partito Democratico.
L'autore ha potuto seguire da vicino i Congressi dei DS in Puglia e apprezzare con quale spirito siano stati accolti le sue considerazioni e il suo pensiero. Come si può dire, a conclusione di quei congressi, che la Costituente del Partito Democratico sia una «fusione a freddo»? Un procedimento burocratico voluto dalle «oligarchie» dei due partiti sulla testa dei militanti e degli elettori dell'Ulivo? La partecipazione e la qualità del dibattito che essi hanno fatto registrare costituiscono un evento unico nel panorama dei partiti europei, che nessun osservatore politico può ignorare.
Né può valere l'argomento che, rispetto all'orizzonte e alle ambizioni dell'Ulivo, i Congressi dei DS e della Margherita costituirebbero un evento minore e limitato. Chi doveva prendere l'iniziativa se non i due partiti maggiori? E come avrebbe dovuto prodursi la decisione se non con i loro Congressi?
Si può dire che aver deciso il se non rassicura sulla vitalità del partito che nascerà, poiché essa è affidata al come. Ma non c'è il come se prima non si è deciso il se; e la mobilitazione inusitata dei militanti di DS e Margherita dimostra sicuramente due cose: la volontà di riunire in un nuovo partito le correnti del riformismo italiano è molto ampia e convinta; e questo è di per sé garanzia d'un processo aperto, che non si potrà limitare agli iscritti di quei due soli partiti.
Il fatto merita dunque di essere valutato per quello che è e il costrutto che ne potranno trarre altre correnti del riformismo italiano che finora non vi hanno preso parte dipenderà sostanzialmente dal modo in cui anch'esse vi vorranno interloquire.
Anche per questo io guardo con interesse alla Costituente socialista: si condivida o no l'idea che essa è favorevolmente condizionata dalla nascita del PD, la «ricomposizione socialista» potrà mettere in campo un interlocutore rilevante per il Partito Democratico; non solo un partner indispensabile della componente riformistica della coalizione di governo, ma anche un protagonista della ricerca comune del percorso futuro di quel partito, in vista dell'unità politica di tutti i riformisti.
A tal fine non è di poco conto venire in chiaro sulle ragioni che hanno spinto lo SDI fuori del percorso iniziale disegnato dalla Federazione dell'Ulivo.
Mi pare che esse si riassumano nella preoccupazione di evitare l'annessione da parte dei DS nel passaggio delle elezioni regionali del 2005 e soprattutto nella scelta di dar vita alla Rosa nel Pugno in vista delle politiche del 2006. Sebbene dopo le europee del 2004 la proposta di trasformare l'Ulivo in un partito di unità riformista fosse già in campo e non fosse azzardato scommettere su quella prospettiva, nei due maggiori partiti dell'Ulivo persistevano resistenze e scetticismo.
La FED fu congelata, nulla di serio fu tentato per avviare una fase costituente e quindi, nelle regionali del 2005 e nelle politiche del 2006, era più che giustificato il timore dello SDI di essere colonizzato dai DS o dalla Margherita se avesse aderito alle liste unitarie messe in piedi a fatica da quei due partiti in entrambe le occasioni.
Ma la scelta di restarne fuori, senza peraltro riuscire a promuovere una «ricomposizione socialista», ha comportato costi forse anche maggiori e non ha contribuito, di per sé, ad avviare quella «ricomposizione».
Credo sia utile approfondire le ragioni di quella scelta e dei suoi magri risultati, e per brevità mi limiterò all'esperienza della Rosa nel Pugno che in qualche modo le riassume.
Essa aveva suscitato le aspettative più grandi e anche per questo il suo fallimento mi sembra rivelatore.
Le ragioni principali sono due ed evocano temi che interrogano tutto l'arco delle formazioni politiche della Seconda Repubblica: mi riferisco all'esperienza storica del riformismo nell'Italia repubblicana e alla ridefinizione della laicità della politica dinanzi alle sfide del XXI secolo.
La soluzione di questi due problemi, fondamentali per dare coerenza e stabilità all'architettura politica della Seconda Repubblica, non ha avuto ancora una impostazione soddisfacente neppure dalle forze impegnate nella Costituente del Partito Democratico; ma, nell'economia di questo scritto, mi limiterò a discutere il modo in cui mi pare siano stati impostati nell'area della «ricomposizione socialista» e nell'esperienza della Rosa nel Pugno.
Per comodità farò riferimento al modo in cui anche nel libro di Mastroleo essi vengono trattati.
Quanto al primo, i compagni impegnati nella Costituente socialista - compresi quelli che vengono dal PCI-PDS-DS - sembrano convinti della ricchezza e vitalità del riformismo che ha attraversato la storia del PSI, da Turati a Craxi: una eredità da salvaguardare più che una storia da ripensare, e l'idea d'una specie di primato del riformismo socialista che troppi si ostinerebbero a non riconoscere e che il Partito Democratico parrebbe sottovalutare, se non voler buttar via (lo stigma del «compromesso storico bonsai»).
Io credo che questo modo di vedere le cose sia sbagliato e non ci aiuti a ripensare la vicenda reale del «riformismo nazionale» in Italia, peraltro storicamente conclusa già negli anni Settanta del secolo passato. Non è questo il luogo in cui riproporre i temi d'una ricerca che mi ha impegnato a fondo dal 1980 a oggi. Mi limito a richiamare un dato ormai storicamente accertato e condiviso: il riformismo socialista in Italia non è mai stato maggioritario all'interno del suo stesso campo, quello presidiato dai partiti del movimento operaio; è sempre stato diviso e variamente mescolato al massimalismo sia nel PSI, sia nel PCI; e soprattutto non ha mai avuto una vocazione maggioritaria.
Non ultime ragioni di ciò, la presenza d'un riformismo cattolico anch'esso minoritario ma tendenzialmente egemonico, vissuto in un altro «campo» (dentro la DC, partito dell'unità politica dei cattolici cementata dall'anticomunismo), l'assenza d'una solida corrente riformistica nella borghesia italiana, la lunga stagione della guerra fredda e il suo impatto sull'architettura politica dell'Italia repubblicana.
Se poi guardiamo alla vicenda dei partiti in cui esso è vissuto - sempre diviso fra i riformismi al governo e quelli all'opposizione - essa si è conclusa con la loro implosione.
Né si può trascurare il fatto che l'ultima stagione del riformismo socialista sia stata condizionata da un inconciliabile «duello a sinistra», terminato con la comune rovina dei contendenti, il PCI e il PSI.
Storia e destino del riformismo socialista non possono essere considerati al di fuori del quadro che ho sommariamente descritto, che il trascorrere del tempo e le «dure repliche della storia» ci consentono di percepire con lucidità e di guardare serenamente.
Non vi è dunque alcuna «argenteria di famiglia» del riformismo socialista da recuperare, ma una sfida che ci interpella tutti: quella di ridefiníre insieme, venute meno le ragioni storiche delle divisioni passate, il progetto d'un riformismo socialista, liberale e cattolico unificati in un partito utile all'Italia di questo inizio di nuovo millennio.
Una ricerca in cui la riconsiderazione del passato senza i vecchi paraocchi e fuori dai vecchi steccati è la principale garanzia per l'assunzione di responsabilità da parte di chi è già entrato nell'agone dopo di noi, e deve essere aiutato a ricostruire l'Italia per i suoi figli e i loro nipoti.
L'altro tratto distintivo della tradizione socialista che Gianvito Mastroleo mette a fuoco è la difesa della laicità, in nome della quale, per contrastare presunti cedimenti dei DS all'offensiva clericale della Cei di Ruini, l'alleanza dello SDI con i Radicali avrebbe assunto l'ambizione di un
grand design.
Per la verità lo stesso autore per primo non crede che si sia trattato d'un grande disegno, sembra condividere l'aspra critica di Formica che l'accusava di non saper leggere le inquietudini e il travaglio della Chiesa istituzione, e ne stigmatizzava l'anacronistico anticlericalismo.
Inoltre, tenacemente impegnato nel progetto della «ricomposizione socialista», Gianvito Mastroleo non mostra alcun rimpianto per il suo fallimento. Tuttavia, egli sembra sottolineare come point d'honneur dell'identità socialista la «difesa» della laicità dello Stato minacciata dalle pulsioni di una reconquista che caratterizzerebbero sempre più la Chiesa di Roma.
Il tema è troppo vasto per essere affrontato in questa sede.
Mi limito a osservare che esso non può essere formulato così: in tutto il mondo siamo di fronte alla necessità di ridefinire la laicità della politica, prima ancora della laicità dello Stato.
È finita un'intera epoca della modernità in cui la distinzione fra quel che è di Cesare e quel che è di Dio si incentrava sulla definizione della sfera e dei compiti dello Stato.
Ora non è più così.
Le sfide dell'interdipendenza globale, i rischi dell'autodístruzione del genere umano, la «rivoluzione permanente» della scienza e della tecnica, la loro pervasività nei riguardi dell'origine e della fine della vita, l'invadenza della società dell'informazione interpellano allo stesso modo credenti e non credenti, possono essere affrontati solo con la loro alleanza e collaborazione.
Queste si basano sulla capacità di elaborare la mediazione laica nella comunità prima ancora di affidarla alle leggi e allo Stato.
Non è una sfida che si possa combattere in difesa dei vecchi confini fra religione e politica, ormai travolti dalla Grande Trasformazione del nuovo secolo.
D'altro canto, come l'autore ricorda, la Rosa nel Pugno era tutt'altro che un grand design: più modestamente, nasceva (in gran fretta) da un'esigenza elettorale forse necessitata e comunque mal calcolata.
Ma allora conviene essere ruvidi e porre con schiettezza la domanda: perché lo SDI s'indusse a quel passo?
È opportuno ricordare che, all'indomani delle elezioni regionali del 2005, Rutelli cercò di bloccare o quanto meno di depotenziare la trasformazione dell'Ulivo in partito, concentrò il fuoco contro la socialdemocrazia europea e italiana, giunse a mettere in discussione la leadership di Romano Prodi nell'Ulivo e la sua candidatura naturale a premier della coalizione di centro-sinistra.
Né va tralasciata l'offensiva contro la Lega delle Cooperative e i DS nella vicenda Unipol-Bnl di cui, in variegata e numerosa compagnia, fu zelatore.
Era proprio difficile capire che, prendendo corpo la prospettiva della trasformazione dell'Ulivo in partito, egli mirava a indebolire tutta l'area del riformismo socialista?
Era così difficile comprendere che quell'offensiva poteva essere efficacemente contrastata imponendo il ricorso alle primarie, facendo scendere in campo il «popolo dell'Ulivo» e costringendo, con la forza della democrazia, le oligarchie più riottose a imboccare la strada dell'Ulivo-partito?
Non sono chiare le ragioni per cui lo SDI non fece sua quella battaglia e ritenne più opportuno inoltrarsi nell'esperienza della Rosa nel Pugno.
Eppure fu lo tsunami delle primarie del 16 ottobre 2005 a spianare la strada alla vittoria dell'Unione nelle politiche del 2006 e al progetto del Partito Democratico. La forza del progetto era del tutto percepibile.
Malgrado la nuova legge elettorale proporzionalistica e la condotta scriteriata della campagna elettorale, alla Camera dei Deputati, dove la prospettiva del Partito Democratico era già visibile come successivo traguardo della lista dell'Ulivo, questa prese 2.400.000 voti in più della somma dei DS e Margherita presenti con proprie liste al Senato.
Perché star fuori da questo processo? Perché non rendersi conto che l'uscita dello SDI da quel percorso e la nascita della Rosa nel Pugno erano scelte speculari e subalterne all'offensiva antisocialista di Rutelli e dei «poteri forti» che lo incitavano? E che percezione dell'Italia profonda si ha se non si comprende che la coloritura «laicistica» proiettata dall'esuberanza dei Radicali sull'Unione avrebbe scoraggiato l'elettorato cattolico, che infatti, per la prima volta dal 1996, ha votato in maggioranza per il centro-destra?
Naturalmente non rievoco queste vicende per recriminare. Se, come recita l'aforisma di Nenni solitamente citato dai compagni della Costituente socialista, «la politica non si fa né coi sentimenti, né coi risentimenti», a maggior ragione non la si fa con le recriminazioni.
E poi, non credo d'esser stato ruvido verso una parte sola.
Ho voluto esplicitare la mia lettura della vicenda degli ultimi due anni per trarne qualche lezione d'utilità comune.
In primo luogo, come ho già detto, guardo con interesse alla Costituente socialista anche perché sarà di sprone, arricchirà la ricerca e slargherà l'orizzonte del Partito Democratico.
Ma se anch'io penso che il «pesce pilota» della «ricomposizione socialista» non possa che essere lo SDI, va evitato il rischio di riprodurre nel campo di forze più ampio che la Costituente socialista ha messo in moto l'idea dell'autosufficienza e un percorso autoreferenziale del riformismo di derivazione PSI.
La ricostruzione di Gianvito Mastroleo mette bene in luce i meriti storici dello SDI per aver ancorato al centro-sinistra una parte significativa del riformismo socialista mentre tutt'intorno la casa crollava e pezzi cospicui di quella storia andavano nelle più diverse direzioni.
Ma il suo saggio ne mette in luce anche le timidezze, la vocazione all'autoconservazione e il deficit d'iniziativa per rapporto alla stessa «ricomposizione socialista», fino ai tempi più recenti.
Sbaglierò, ma penso che all'origine di questi difetti vi sia stato un convincimento di autosufficienza politico-culturale del riformismo ex PSI che, nel crogiuolo incandescente della transizione italiana, in cui le tradizioni e le novità più diverse si mescolavano, ribollivano e cozzavano senza dar vita a nulla di compiuto e di stabile, non aveva ragione d'essere. Il rischio di un'autoreferenzialità più larga ma ugualmente introversa e improduttiva si evita - credo - praticando le interdipendenze dinamiche del sistema politico; soprattutto in un'auspicabile nuova fase di Statu nascenti.
I sistemi politici sono fatti di partiti che si condizionano e si influenzano a vicenda.
Oltre che dai legami con gli elettori, questi sono indotti a mutare dalle interazioni che si sviluppano nei rapporti fra loro e nella vicenda complessiva del Paese. Per fare un esempio banale, destra e sinistra, riformismo e conservatorismo non significano sempre le stesse cose: mutano nel tempo, influenzandosi a vicenda.
Nel tracciare il suo cammino la Costituente socialista si troverà dunque a confrontarsi innanzi tutto con la Costituente del Partito Democratico, che configura il suo genere prossimo.
È inutile dire che vale il reciproco e che entrambe si troveranno a confrontarsi anche con il terzo progetto di rímodulazione della sinistra che è attualmente in campo, il «cantiere» di Sinistra Europea.
Le due Costituenti - la socialista e la democratica - affrontano la stessa sfida: quella di ridefinire il riformismo partendo dalla sua «storia divisa», ma anche dalla comune esperienza dell'Ulivo; di elaborare un progetto per l'Italia proiettata nell'orizzonte dell'integrazione europea; e di portare a termine l'impresa sulla base delle particolarità della storia italiana ma nella prospettiva di una crescente uniformità a un nuovo attore politico globale, a quell'Europa «potenza civile» in costruzione che costituisce l'ethos e il destino comune, ormai, dei cittadini del Vecchio Continente.
L'ambizione della Costituente del Partito Democratico è di unificare in un nuovo soggetto politico tutte le componenti del riformismo italiano.
L'incontro fra riformismo socialista, riformismo liberale e riformismo cattolico in un partito unitario e plurale pone le premesse per spostare sempre più nella società civile la mediazione laica, ricostruendo l'autonomia culturale della politica democratica e mettendo in campo un nuovo, potente fattore di laicità.
Io penso davvero che le nostre strade siano destinate a incontrarsi.
In un grande partito unitario e plurale quale potrà essere l'Ulivo-partito, il pluralismo sarà scandito dalla dialettica fra le culture politiche che lo costituiscono e queste saranno validi ormeggi della sua probabile articolazione in correnti: una base molto più sana di quella congerie di cordate personali in cui intristiscono attualmente i partiti.
A guardare bene, la scommessa dell'Ulivo-partito passa per la convergenza e l'auspicabile fusione delle culture politiche che sottendono la variegata fenomenologia dei suoi riformismi.
Al di là dell'involucro dei DS, della Margherita, dello SDI e di quanti altri, l'unificazione politica dei riformisti italiani dipende dalla maturità dei tempi che interpellano il destino del cattolicesimo democratico, delle culture socialiste e liberali, le cui divisioni storiche non hanno più ragione d'essere.
Sono esse e non gli involucri partitici che le contengono i veri attori del processo, destinati a interagire in modi diversi dal passato, e a unificarsi se sapranno riconoscersi reciprocamente in una ricerca comune.
E questo l'affascinante percorso che si è aperto in Italia dopo dieci anni di alterne vicende dell'Ulivo. Come non sentire l'ambizione di esserne parte e di imprimervi il proprio segno? 
13 aprile 2007

Giuseppe Vacca

 

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Scheda bibliografica
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Autore Gianvito Mastroleo
Titolo Socialismo e identità - nella Puglia degli anni Duemila
Editore Progedit snc Bari
Prezzo € 20.00
data pub. 2007
In vendita presso:
Coop. Armida Conversano 
Telefono: +39 080 4959510
E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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