• Mola di Bari
Calaggéine
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Presentazione
  
Raccolta di poesie in
dialetto molese

Abatangelo ci riprova; è questa la seconda raccolta di riflessioni in versi del nostro amico. Il vero è che quando preme quella tipica urgenza di comunicare, cosi diffusa tra i meno mediocri di tutti noi, gli esiti non si fanno certo attendere.

L'esperienza di Felèscene (Bari, Edizioni dal Sud 1983), raccolta di poesie in vernacolo molese, ha determinato, come spesso accade, la fioritura di sentimenti maturati a lungo e da considerare come basilari nella visione del mondo tipica dell'autore, frutto della sensibilità e dello spirito rivolto al passato e al presente di un antico emigrante.

 Per Abatangelo è facile descrivere (con una felice e minuziosa ricostruzione dei quadri di paese) le contrade, i personaggi, le atmosfere, i sentimenti autobiografici. Il suo senso di partecipazione è sempre vivo e attento alle condizioni e alla sorte del carrettiere, del bracciante e di quell'umanità che nel passato compiva il suo dovere ogni giorno, soffrendo in silenzio. Però tutto questo rappresenta soltanto una parte ridotta della tematica di protesta, non troppo violenta ma sentita, contro le ingiustizie del mondo.

Siamo qui, adesso, con questo nuovo libro fra le mani che rammenta il precedente e lo esige a mo' di continuazione.

In effetti l'ispirazione sembra divenire più disinvolta, meno pensosa, più sicura di sé in questa nuova raccolta poetica. Le antiche tematiche, buttate fuori d'impeto una volta, esitano a riproporsi con il medesimo doloroso atteggiamento, tipico dell'uomo che fu un po' isolato ideologicamente e che è - perciò - pronto a cogliere i contrasti più acuti della vita del paese e nel paese, specie a confronto coi ricordi d'un tempo ormai lontano. I ' discorsi ' sviluppati in agro-dolce con Felèscene, a contorno dell'invettiva politica (5. U nghiappe a chesse mbéise e lebbertéie a stùpaiéise, 6. A ddò passe, 8. E decièmele sti cause) diventano ora le argomentazioni più distese di Aqquanne íê gioste iê gíoste o di U cchiéggue iê farse a vuócche, oppure il rimprovero malinconico per la malasorte di Mola (U giagande vendréuse e avvavazzête).

In ogni caso, questa volta prevale un po' più il privato, il lato autobiografico, le amicizie, elementi che finiscono col denotare un tono più sommesso dell'ispirazione. Tutto ciò porta singolari effetti di contorno, di rifinitura del quadro molese, il quale risulta così con «calaggéine» completo anche nei suoi particolari intimi di «piccolo mondo»; basti pensare a Don Piédre e agli amici di un tempo citati in (A vescèlie... e i sebbêle). Vediamo adesso Abatangelo alle prese con il problema della sanità pubblica (Méune avaste, iê truoppe), la vena espressiva oggi è forse più arguta (Sande o refande?, U sanghe du rrê), a tratti più conversevole e meno filosofica, ma che importa?, il suo modo di porgere il bozzetto è sempre garbato e pieno di felici annotazioni.

Fin qui l'aspetto contenutistico di queste nuove riflessioni. Ma la «cultura dialettale» di Abatangelo, intesa in senso antropologico, non si esaurisce solo in questo ambito: il suo amare, la sua passione per il dialetto molese lo hanno spinto e lo spingono a riflettere anche sulla «sua lingua». Ecco la ragione delle note dialettali, sempre più complete, sempre più precise, nei voti dell'autore.

Proviamo ora a considerare la peculiarità del caso esaminato.

Intanto, il «dialetto» di Abatangelo non è un dialetto qualsiasi. Egli ha portato con sé nella metropoli lombarda, da giovane, la lingua dei suoi vent'anni molesi, salvandola, in un certo senso, dal logorio che gli ultimi decenni hanno provocato in quasi tutte le realtà vernacolari, aperte - com'esse sono - all'influsso della civiltà dei mass media. Questa lingua ha avuto, e ha, una risonanza tutta particolare per lui: anche se la considerazione può apparire scontata, egli l'ha gelosamente custodita e serbata in tanti anni perché, in un diverso contesto, essa rappresentava anche un punto d'ancoraggio con la « sua » Mola. Infatti chi torna dopo anni con un diverso idioma al suo paese natio, automaticamente si dichiara « forestiero », non fa più parte della comunità di origine.

Però questo dialetto ' ideale ' - ormai parlato in certe forme solo dagli anziani rivive nelle composizioni poetiche e Abatangelo, come tutti gli artisti, si compiace di tenere in bell'ordine il suo armamentario di risorse linguistico-espressive. Ecco allora la tendenza a cogliere, perfino poetando, le differenze di significato in un divertente gioco di parole (1 conde du cuònde); ma appare soprattutto l'interesse ad approfondire, fino a un certo punto, la riflessione linguistica. In particolar modo va segnalata la cura espositiva profusa per risolvere problematiche di carattere grafico e/o fonologico nella notazione della e semimuta, della sillaba tonica, oppure del dittongo ié.

L'ingegnosità, tutt'altro che banale, dell'autore si rivela (sia pure con qualche caduta di tono) anche nell'individuazione di fenomeni di carattere metafonetico, fonosintattico o sociolinguistico, peraltro ben rappresentati nel suo dialetto. Normalmente le notazioni sopravvengono suffragate da una circostanziata documentazione esemplificativa (degna perfino di miglior causa) e svolgentesi molto spesso sul tracciato ortodosso del binario, con parole a coppie.

Ecco spontaneo, allora, l'incitamento a perfezionare con sempre maggiore impegno questa lodevole ricerca dell'espressione dialettale, a livello sia poetico che di lingua.

Emanuele Tortorelli
Università di Bari, ottobre 1988

 

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Scheda bibliografica
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Autore Antonio Abatangelo
Titolo Calaggéine
Editore Edizioni dal Sud
Prezzo € 7,50
data pub. dicembre 1988
In vendita presso:
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