• Turi
Il Reale e l'Infinito
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Prefazione
  
A Pinuccio, mio fratello
in onore della sua memoria
La scienza medica sostiene il corpo
La filosofia sostiene la mente
L'una e l'altra sono fatte per la vita che alimenta in sé il pensiero dell'Infinito e dell'Eterno

Quando nel mondo greco apparve per la prima volta il termine "filosofia" gli fu dato il significato di "occuparsi del sapere in genere". Infatti sophia significa il sapere in astratto, mentre philein, accompagnato da un sostantivo, significa qualcosa di più che il semplice «amare», ma indica il fattivo occuparsi di qualcosa. Per cui il filosofo fu colui che si dedicava ad una specifica occupazione intellettuale, alla ricerca della sofia, la sapienza, allo stesso modo in cui si occupavano alle loro attività il medico e il geometra.
Ma da questa definizione emerse una evidente caratteristica del termine: a differenza della medicina o dell'architettura, la filosofia indicava l'occuparsi di un sapere non applicato, non pratico.
Questa è la ragione per cui da subito, la filosofia ha dovuto difendersi da chi la considera disciplina del tutto inutile per l'uomo, al massimo ritenuta come base teorica per la "speculazione" di altre scienze, per cui nasce la filosofia del linguaggio, la filosofia della politica, la filosofia della matematica, la filosofia della scienza. Oppure, in epoca medioevale la filosofia perde la sua originaria autonomia nella indagine e ricerca della verità, per diventare "ancilla theologiae", subordinata alla religione.
Questa tendenza la si ritrova anche nel dibattito contemporaneo, con una sostanziale modificazione del quadro di riferimento: oggi, infatti, la filosofia deve difendersi da quanti la sottomettono al rigore della scienza, ritenuta l'unica capace di spiegare il mondo nelle sue molteplici e diffuse caratterizzazioni. E su questo rapporto conflittuale, le posizioni sono nette e contrapposte: da una parte chi concepisce la riflessione filosofica come prioritaria rispetto alla scienza naturale, ritenendola capace di offrire un punto di vista privilegiato in grado di legittimare le varie scienze (nel solco del progetto aristotelico, cartesiano, kantiano); dall'altra parte, invece, tutti coloro che, parafrasando e stravolgendo il famoso motto di Protagora, ritengono la scienza “misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono“.
A questa corrente di pensiero si collega quella dei naturalisti scientifici (tra cui Quine) che nega l'esistenza di un metodo peculiarmente filosofico, nella ricerca della verità, giacché ogni teoria filosofica rimanda direttamente alla scienza. Essi affermano, ad esempio, che la teoria della conoscenza, uno dei problemi tradizionali dell'indagine filosofica, non è che un capitolo della psicologia, e quindi della scienza naturale. Essa studia semplicemente un fenomeno naturale che accade in un soggetto umano fisico. Come conseguenza di questo ragionamento, se ne deduce che la teoria della conoscenza, ossia l'epistemologia, non è altro che psicologia che, a sua volta, è null'altro che neurofisiologia e così via, sino alla microfisica. Perciò, per concludere, la filosofia non ha più alcun diritto di cittadinanza, non ha un proprio metodo rigoroso di indagine e non serve a spiegare alcunché.
L'ennesima fatica di Teresa Dell'Aera Luparelli si inserisce in questo dibattito, circa i rapporti tra scienza e filosofia, e si sforza di dimostrare che la conoscenza scientifica, contrariamente a quanto si può credere, ha limiti ben precisi perché:
1. è incentrata sul particolare, sull'analisi di oggetti determinati, non è diretta sulla realtà stessa: le sfugge, dunque, la dimensione dell'Essere stesso;
2. non aiuta per la vita, non stabilisce quelli che devono essere i valori che appartengono all'umanità in senso lato;
3. con lo strumentario concettuale delle scienze, le questioni classiche della filosofia, quali la coscienza, il libero arbitrio, l'etica, la conoscenza, Dio, non possono essere dimostrate né spiegate. Invece, questi concetti, e tanti altri, da sempre oggetto di studio e di riflessione dei filosofi, diventano troppo importanti per la nostra vita intellettuale e nella nostra pratica quotidiana.

La scienza si fa problema solo attraverso l'uomo, ha significato in quanto l'uomo scopre l'essenza e la forma delle cose. Le cose, da sole, sono soltanto «mute», diventano esperienza per l'uomo e grazie all'uomo. Quindi la filosofia (secondo una prospettiva che rimanda alla lezione del Cristianesimo) non vuole essere cognitio rerum, ma cognitio hominis: essa è la riflessione dell'uomo sull'uomo e, quindi, su Dio, perché Dio è in ogni uomo.

Anche in questo lavoro, come nei precedenti, l'autrice riflette sui grandi temi che ruotano attorno all'uomo-persona, alle neuro-scienze, alla scienza stessa, quest'ultima non in antitesi ma da supporto e giustificazione del divino, in perfetta identità di vedute con il pensiero galileiano. L'analisi che fa Teresa Dell'Aera Luparelli persegue il lodevole obiettivo di aiutare l'uomo a cercare se stesso e a trovare, nella sua persona, il fondamento della vita, piuttosto che nei valori effimeri e passeggeri, frutto di mode frivole e, spesso, disumanizzanti; così come si preoccupa di dimostrare l'infondatezza della posizione di quanti seguono le dottrine neo-evoluzioniste o scientiste o riduzioniste, oggi molto di moda, che John Duprè, filosofo della scienza, definisce "imperialismo scientifico".
L'idea di poter ricondurre tutto alle leggi causali della fisica non può essere vincente perché, secondo l'autrice, in questo modo si potrebbero spiegare una grande quantità di fenomeni naturali, ma non certo i comportamenti umani. D'altra parte, non è nemmeno opportuno e saggio ridurre i nostri comportamenti a modelli mentali preordinati: uno per il corteggiamento, uno per il sesso, un altro per lo stupro, e via di questo passo. A parte il fatto che, così facendo si finirebbe per giustificare come fatto naturale un atto criminale, quale lo stupro, non si capirebbe perché una persona sceglie di usare un modello invece che un altro, visto e considerato che, in situazioni simili, ogni persona sceglie di comportarsi in modo diverso. A meno che non si voglia ricorrere alla "legge del caso", oppure a immagini stereotipate per cui, ad esempio, certi comportamenti si giustificano per i condizionamenti ambientali e quindi, nel caso dello stupratore, egli è sempre figlio di un ambiente povero ed emarginato.
È evidente, dunque, che è impossibile cercare di ricondurre tutti i fenomeni, fisici, morali, umani, a degli unici principi causali. La scienza, con le sue leggi, non potrà mai spiegarci perché abbiamo scelto di fare una cosa in quel modo e in quel momento. Non ammettere che in noi c'è una componente o sfera che la fisica e la chimica non potranno mai spiegare e giustificare, significa cadere nel riduzionismo: ossia ridurre l'uomo a pura macchina o a semplice animale soggetto all'istinto della sopravvivenza.

Nel discorso di Duprè, pur critico nei confronti della invadenza della scienza, manca ogni riferimento alla dimensione religiosa perché egli, da scienziato, non accetta qualsiasi "intrusione teologica" nelle discussioni sulla natura umana.
Invece, l'autrice riconosce, nella parte centrale del suo lavoro, l'importanza per l'uomo, di Dio, perché siano riempiti quei vuoti esistenziali che, spesso, rendono ancor di più drammatica la nostra quotidianità. L'assenza della dimensione spirituale nella vita umana ci rende incapaci di esplorare e dare un senso ai temi vitali, di dare risposte alle principali domande della vita. E la nostra vita è uno spazio definito da domande profonde: qual è il senso della vita? Come posso riconoscere modi di vita migliori o peggiori? Qual è il fondamento della mia dignità personale?
Ecco allora da dove nasce in noi il bisogno di Dio: dal desiderio di colmare il mio essere fragile e limitato, di riempire i miei numerosi vuoti interiori, come anche dal mio mettermi in discussione e aprire gli occhi su quanto mi circonda, fuori e dentro di me. È un bisogno tanto più impellente quanto più arida è la nostra realtà iperscientista ed iper-economista, al punto che con maggiore insistenza oggi si parla della "scoperta dello spirito", per analogia con le scoperte della biologia, della fisica e della chimica. Ma sarebbe più giusto parlare della "riscoperta dello spirito" dal momento che l'idea di Dio è stata sempre centrale nella riflessione filosofica di tutti i tempi, come lo è stata nella vita dell'uomo, sin dalla preistoria.
In un mondo completamente secolarizzato, distratto, edonista, spesso accade di vivere il credo religioso come qualcosa di cui vergognarsi, perché ci fa apparire deboli agli occhi degli altri. Invece, la necessità di credere è consustanziale alla natura umana perché ha il suo fondamento nella profondità del nostro intimo, in quel fondo dell'anima che la tradizione mistica e filosofica (da Cartesio ad Hegel) ha ritenuto essere il luogo ideale dove l'anima umana si unisce indissolubilmente a Dio.
A questo punto, la riflessione dell'autrice, nell'ultima parte del lavoro, si sposta necessariamente sulla psicologia e sugli studi di Freud, e dei suoi diretti discepoli, sull'inconscio, ossia la parte più intima di noi dove ribollono i semi della vita, del pensiero, dell'arte, della tecnica, che vanno recuperati al pari dell'idea stessa di Dio, per evitare che tramontino definitivamente, travolte dal materialismo e dalla scienza, dall'effimero e dall'ateismo di facciata. In questa scelta si riassume la grande responsabilità dell'uomo e la sua vera libertà, in ordine all'annoso e sempre attuale problema se salvarsi o dannarsi.
La vicinanza a Dio va a tutto vantaggio dell'uomo perché in Lui ritrova il suo equilibrio interiore, il valore della vita, la dignità dell'essere. E questo è, il vero progresso culturale che può aiutarci a superare la crisi dei valori che tutti i paesi del mondo stanno vivendo.
“Credo nell'uomo, come credo fortemente in Dio”: in questo atto di fede è racchiusa la vera forza del pensiero dell'autrice, convinta nelle sue idee e ancor di più nel fatto che l'uomo, opportunamente guidato, saprà ritrovare la vera via, smarrita per andare dietro ai numerosi inganni della modernità.
Ed è da questo ultimo convincimento che discendono i suoi rinnovati e nobili propositi di rendersi utile agli altri con questi scritti, dando così un senso e un significato alla propria vita, come “una rosa d'inverno” che, fiorendo dopo aver sfidato il freddo e aver beneficiato di un sole occasionale, porta un po' di cielo, di luce e di gioia al cuore umano.

 

Osvaldo Buonaccino d'Addiego
 

 

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Scheda bibliografica
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Autore Teresa Dell' Aaera Luparelli
Titolo Il Reale e l'Infinito
Editore Vito Radio editore Putignano
Prezzo € 15,00
data pub. marzo 2009
In vendita presso:
tel. 080.8915036
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