Voci
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Presentazione
  
Voci
Spesso la poesia mi accompagna.
 È la mia fede, e la mia preghiera
 

Quando ho letto quest’ultimo lavoro di Antonietta, ho pensato ad una sorta di antologia di Spoon River  scritta per riportare in vita con un fresco venticello di rivolta quel piccolo amarcord floreale di una volta, il cui corredo faceva la gioia dei balconi delle vecchie case nei paesi di provincia.
Come i defunti di Spoon River sono intenti a recitare da sé il proprio epitaffio (Masters stesso scrisse che voleva dare “una rappresentazione epica della vita moderna”), così le piante, cui fa riferimento Antonietta, scelgono di uscire da questa sorta di film muto che è diventato il nostro stare al mondo con voci diverse e una lingua attenta alla lettura di sé, degli altri, del reale. Voci che esprimono bisogni diversi come quello, ad esempio, di aggiustare le ritrosie rispetto al vissuto e all’individualità.
Non nascondo che il titolo di questa nuova raccolta poetica di A. ha insinuato in me una colpa, la certezza di una mancanza che facevo fatica a colmare. Vale a dire il constatare, negli ultimi tempi, di non riuscire ad avere abbastanza voce/attenzione per me, vista la riduzione del tempo/spazio di riflessione cui sono andata incontro, calo che mi ha gettata tra le braccia di un ascolto malato, passivo o ossessivo in cui la sensibilità entrava in tono minore …
Dovremmo tornare a guardarci negli occhi, a parlarci senza guardare l’orologio…
L’epoca, certo, non aiuta … un’epoca che pur puntando sulla comunicazione (i social network sono il top della tecnologia) ha perso di vista il senso della comunicazione spontanea e consapevole al tempo stesso.
A differenza degli odierni umani, il mondo vegetale raccontato da A. è un mondo che non ha smarrito il gusto della scoperta individuale.
Ogni fiore sembra aver trovato il suo specchio d’acqua per calarsi profondamente nella propria immagine, rinvenire le fattezze personali e riapparire in superficie. Ogni pianta, per voce di Antonietta, ricompone la propria storia e offre trasporto alle voglie di futuro che sanno trasformarsi in programma. I fiori ricordano e progettano … L’incanto di temporalità presente in ogni storia ci fa percepire la presenza di un tempo naturale, uno sociale e un altro soggettivo legato al malessere esistenziale. In altri termini, i fiori e le piante con le loro verità incarnano diverse visioni del mondo; si fanno carico dei nostri palpiti, delle nostre sconfitte, dei nostri successi. Dunque, sotto le vesti floreali dimora la poliedricità della natura umana.
Infatti, alcuni fiori esprimono il capriccio femminile di piacere, di farsi oggetto, il desiderio di seduzione, l’ubbidienza, la mitezza, la sottomissione, la dipendenza, tipiche di una libido censurata, mentre altre piante manifestano la ribellione, la forza di carattere, la vitalità, l’indipendenza ferma e senza riserve, proprie di una libido schietta, libera e dominante (la voce dell’agave, ad esempio).
Le figure/immagini che emergono da alcuni fiori sembrano, a prima vista, plagiate, spogliate del proprio corpo, docili, metodiche, compiacenti. Sono figure che non mettono in discussione i loro destini, né si tengono al riparo da ogni ambiguità (l’esultante primula sposa-bambina). Si abbandonano con fatalità appagante al gioco dei ruoli, stabilito dalla comunità di cui fanno parte.
C’è, a conti fatti, l’aspirazione per tutti i fiori a raggiungere il punto più alto o più profondo di conoscenza ed espressione di sé, anche attraverso una cromaticità impressionista.
Come non condividere la voglia di testimoniare del crisantemo e il suo veloce abituarsi a star dentro le richieste; la ricchezza del donarsi senza sosta del garofano; la fermezza del girasole nel perseguire il suo diritto ad essere felice; la disponibilità della margherita ad offrirsi con le sue compagne “tappeto/ai nudi piedini/della dea/Primavera”?
Come dimenticare la generosità del geranio che, schizzando colori, ci dona “nuove dolci/emozioni”, rendendo migliori la vita e la vista di ognuno, regalando nuove prospettive a “chi dentro/a una casa modesta/si rassegna/al grigiore”; la resistenza del ciclamino, l’antieroe per antonomasia, un “forte di cui/la Storia/ non parla/nei suoi libri”; la bellezza del glicine che, inarcandosi con i suoi raffinati grappoli sul cortile di molte case,  spezza una lancia in favore di tanti giovani talenti d’oggi sprecati che, aggiungo io, si perdono nella rete, accontentandosi di condividere e scambiare informazioni ed esperienze per allontanare lo spettro  della solitudine e/o il sospetto della propria inadeguatezza; il conforto della viola mammola che, col suo profumo di miele, una sorta d’impronta dell’anima, non offre agli altri gesti eclatanti, ma semplicemente sollievo? 
Voglio soffermarmi su alcune voci che sento vicine alla mia. La prima è quella della rosa, universalmente identificata come la personificazione della bellezza. Essa simboleggia la favola e le regole della seduzione con i suoi effetti di attrazione e riscontro incessante dello sguardo degli altri, espressione cui non può opporsi in quanto è l’unica a darle un’ identità, una corrispondenza avvertita dalla stessa rosa come blocco alla sua crescita. Così, della maturità acquisita col suo sfiorire nessuno vuole accorgersi, perché ciò che vale è l’immagine rispecchiata nelle modalità del tempo, fissata dal contesto.
La rosa prima maniera, nel segno della sua incontrastata bellezza, rappresenta la sacralità delle donne secondo arcaici status sociali, per i quali la preclusione dell’Eros (messaggero di nuove inquietudini, contaminazioni, sfumature) sarebbe (stata) la soluzione migliore per garantirne l’ intoccabilità.
La voce del convolvolo è quella che avrebbe la mia amicizia con Antonietta, se potesse parlare.
“… è forza/l’unione” ha sperimentato il convolvolo, quando essa è costruita sull’ascolto pieno e sincero dell’altro e sull’affetto che ne scaturisce. Il mutuo sostegno è reputato come uno scambio di competenze per arricchire entrambi i soggetti di cose che intimamente non si riconoscono come proprie. Per dirla musicalmente, l’unione è essenzialmente come un arpeggio che si avvale di un accordo armonico, sul quale impiantare e far scorrere uno melodico.
In definitiva, le voci dei fiori e delle piante si equivalgono nel ricorso all’appello morale che promuovono.
Non va trascurata la forma mentis dell’autrice che è scientifica e umanistica. Le poesie di questa raccolta contengono affermazioni e verità che sono il risultato di scoperte illuminate e interpretate dalla sensibilità personale.
Antonietta legge la realtà, partecipandola agli altri con il desiderio di dare un reale contributo all’elevazione spirituale della persona, non esclusi i suoi alunni, ai quali si rivolge in modo vivo e speciale.
E per concludere, qualche considerazione sui segni grafici di Enza Colamussi che non possono prescindere dai versi di Antonietta.
Col disegno in bianco e nero richiesto ad Enza, a mio parere, Antonietta ha inteso recuperare, valorizzare il ritratto, l’idea della foto d’epoca dove l’assenza di colore promette un’aria d’arcana armonia fra le parti di un tutto.
L’ uso del bianco e nero si rivela più evocativo, perché diminuendo il confine di nitidezza ne aumenta il livello di atmosfera che sa ricreare. Il bianco e il nero fa immergere nei contenuti, potenziando il senso e la comunicatività dell’immagine. I paesaggi chiaroscurali attraverso i toni del grigio consentono alle forme di spiccare.
Che rappresentino l’io femminile o l’io maschile, fiori e piante mostrano di star bene nella propria pelle.

 

Maria La Volpe
Scheda bibliografica
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Autore Enza Colamussi - Antonietta Lestingi
Titolo Voci
Editore Aga Editrice - Alberobello
Prezzo € 10.00
ISBN 9788893550048
data pub. dicembre 2016
In vendita presso:
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