• Polignano a Mare
sulla pietra o nell’erba
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Prefazione

  
sulla pietra o nell’erba
Fronde d'ulivo
per secoli ci hai dato
l'olio migliore

Un mondo racchiuso in tre soli versi: passioni, sentimenti, immagini e ricordi. “Sulla pietra o nell’erba” di Antonietta Lestingi e Mariella Napoletano è un’appassionante raccolta di haiku, brevi componimenti poetici, liberamente ispirati alla tradizione giapponese, dalla forma compatta, virtuosa, incisiva, ai quali si affiancano, intrecciandosi, i ritratti dalla linea morbida, nitida ed elegante.
Una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo. La brevità dei versi crea uno spazio ricco di suggestioni, come una traccia che il lettore potrà arricchire, così come l’essenzialità espressiva dei ritratti in “bianco e nero” lascia ampi margini alla libera immaginazione.
Ciascun haiku descrive le persone incontrate da Lestingi cui fanno eco i ritratti, dai quali si può provare ad evincere la forza, il carattere e la più profonda identità delle persone raffigurate. Gli occhi sprizzano vitalità e comunicano con la loro pervicace espressività proprio come quelli dell’uomo «Mite alla vita / lottatore tenace / degli affetti» o della donna «In equilibrio / sul cerchio che contiene / sogni e realtà».
Dalla descrizione del tenero bimbo: «Sei la luce / che ci riporta il cuore / all’innocenza» a quella del gatto «A notte alta / sei la luna dorata / sul buio letto», tutto si muove “sulla pietra o nell’erba” in un gioco a volte manifesto a volte celato.
Quasi una corrispondenza di amorosi sensi, un semplice incontro che contiene in sé già le tracce della relazione futura che certamente si instaurerà con quella persona che ci coinvolge, ci fa sentire in armonia con noi stessi e il mondo intorno a noi. Legami e sintonie che nascono spontanei e portano a cercarsi, a voler condividere pensieri, esperienze, viaggi o brevi momenti, occasioni uniche che ci fanno gioire con poco e che segnano l’anima per sempre. A volte basta una frase semplice, uno sguardo, un gesto a farci capire che la persona appena conosciuta può lasciar traccia di sé nel nostro cuore e si prova una piacevole sensazione di calore. Persone con cui si condivide la quotidianità, ma anche incontrate poche volte o che vivono altrove, in continenti lontani, che anche a distanza ci trasmettono la loro folgorante vitalità.
Goethe le definiva “affinità elettive” e scriveva: Alcuni si incontrano come amici e vecchi conoscenti che subito si uniscono e si accordano senza mutarsi reciprocamente in nulla, così come si mischiano l'acqua e il vino. Altri invece restano estranei uno accanto all’altro e non si congiungono neppure quando siano mescolati e strofinati meccanicamente; cosi come l’olio e l’acqua che, agitati assieme, tornano immediatamente a separarsi. [...]
Spesso, quel che conta è solo un dettaglio: un odore, uno sguardo, una solidarietà spontanea, primitiva.
Scriveva ancora Goethe: Le compagnie più piacevoli sono quelle nelle quali regna, tra i componenti, un sereno rispetto reciproco.
Scrivere haiku non è semplice, è più impegnativo di scrivere una poesia in diverse strofe. Bisogna saper guardare il mondo con occhi attenti, curiosi e liberi, ricercando l’essenza della realtà da raccontare e descrivere con poche e pregnanti parole. L’effettiva difficoltà nella creazione di haiku è sottolineata da Leonardo Vittorio Arena: [...] non è facile comporre haiku. Benché possa suonare paradossale, la spontaneità dell’haiku si ottiene dopo un rigido training. [...]
L’estrema brevità di queste poesie si fonda proprio su un’infinità di pensieri. Non ci sono congiunzioni; la punteggiatura è utilizzata con sapienza e parsimonia, per ritmare le pause. La parola è il risultato di una profonda concentrazione e mira, da sola, senza alcun ausilio, ad illustrare una parte della realtà.
Un intreccio di parole e immagini, una tecnica raffinatissima, quella dell'haiku giapponese, genere letterario nato nel Seicento, conosciuto poi in occidente nel Novecento grazie all’attenzione di Jack Kerouac che scriveva così nel suo “11 libro degli haiku”: L’haiku occidentale deve proporsi semplicemente di dire molto in versi, in qualsiasi lingua esso sia scritto. Innanzitutto un haiku deve essere estremamente semplice, libero degli artifici propri della poesia e in grado di rendere un ’immagine lieve e graziosa. [...]
Si possono richiamare anche alcune riflessioni che Roland Barthes scrisse intorno all’haiku nel suo celebre libro “L’impero dei segni”: L'haiku ha una proprietà fantasmagorica, per cui s’immagina sempre di comporne da sé con facilità. Questa è una affermazione che racchiude una importante caratteristica del poeta di haiku: l’umiltà, la semplicità.
Ancora Barthes scriveva: L’esattezza dell’haiku (che non è per nulla esatta pittura del reale, ma adeguamento del significante e del significato, soppressione dei bordi, delle sbavature e... degli interstizi che d’abitudine eccedono e frastagliano il rapporto semantico), questa esattezza ha evidentemente qualcosa di musicale (musica di significati, non necessariamente di suoni): l’haiku ha la purezza, la sfericità e il vuoto stesso d’una nota musicale.
Gli haiku di Antonietta sono concentrati di pura saggezza e profondità orientale. Ad ogni lettura si può cogliere una nuova sfumatura e osservando i ritratti di Mariella si rimane affascinati, riuscendo a carpire ogni volta un ulteriore dettaglio. Il lettore rimarrà stupito di fronte alla variegata ricchezza di contenuti e sentimenti che i versi sapranno evocare. Tra una moltitudine di parole Antonietta ha saputo sceglierne una soltanto, quella appropriata, in grado di racchiudere in se stessa un’intera immagine, in grado di comporre un percorso su cui il lettore possa divagare e, concentrandosi sui raffinati e delicati ritratti di Mariella, raggiungere orizzonti che vanno anche al di là del messaggio che reca il singolo haiku.
Un viaggio emozionale nelle vite degli altri che coinvolge il lettore fin dall’inizio, con parole e immagini che prendono vita, volti animati che sembrano parlare, dei quali si può provare ad ascoltare le voci.
Si vorrebbe leggere sempre più spesso libri come questo.

Eleonora Dimoia

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Presentazione

  
sulla pietra o nell’erba
Fronde d'ulivo
per secoli ci hai dato
l'olio migliore

Dalla presentazione della Dott.ssa Anna Maria Galizia, il commento di alcuni haiku di Antonietta Lestingi, tratti dalla raccolta “sulla pietra o nell’erba”

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     ( pg.18)           Lungo il cammino
                            affiori silenziosa
                            roccia da sabbia

 

Questi versi ti catturano e ti lasciano impietrita.
C’è l’universale e c’è il particolare, c’è la forza e c’è la debolezza, c’è la storia di una vita, la fragilità della natura umana e il mistero che ci circonda.
L’immagine eterea di una donna che si affaccia alla vita con i suoi sogni e il suo coraggio assume la solennità improvvisa di una roccia. Quello che rimane nel cuore è un senso di smarrimento, perché in quella roccia c’è quasi un monito, un avvertimento, un presagio di annullamento dell’essere; la sabbia copre il cammino, la forza e i sacrifici del percorso diventano un tutt’ uno con il silenzio. Questi tre versi sembrano la storia emblematica di donne che con grande coraggio hanno realizzato nella vita un loro sogno e vivono nella angoscia di perdere tutto, perché  la vita stessa è rischio, mistero; donne che hanno perso il lavoro, forse la salute , una persona cara “lungo il cammino”.
Il contrasto drammatico roccia/sabbia fa pensare all’ingiuria, all’abuso, alla violenza che può  distruggere una donna nel suo intimo o che le toglie addirittura la vita.
Eppure ciò che resta, dopo la lettura dei versi, non è il senso di angoscia, l’idea di morte, ma il sentimento della vita, perché il suono e il significato di ROCCIA rimbombano  e sovrastano quello di SABBIA.

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          (pg.22)        Spunta il diritto
                              insieme ai tuoi garofani
                              di essere fiore

 

La donna, che lungo il cammino della vita ha costruito la sua identità in silenzio e ha come destino quello di essere “ roccia da sabbia”, fa sentire l’eco del suo mondo interiore.
Il suo profondo io anela ad essere accolto, ad essere amato, ad essere curato come i fiori della sua casa.
Lei chiede pacatamente di essere considerata un fiore, perché sente che è un suo diritto essere fiore.
La sua voce non grida, anzi sussurra; lei è garofano tra i garofani, come  quei fiori semplici eppure plastici nei loro colori; la sua presenza è delicata e viva , consapevole e forte, lei è sicura di ciò che vuole .
Pace, amore, umiltà, schiettezza, sono le note che fanno vibrare i suoi sentimenti.
Pochi si fermano ad ascoltare la sua voce e ad accarezzare questo fiore.
Molti, moltissimi passano veloci, non vedono, non ascoltano, non capiscono attratti e distratti, disorientati dalla loro stessa vita.
Lei non cura ciò che è banale, superfluo, insignificante, ha trovato e custodisce l’essenziale della vita, perciò il suo diritto ad essere fiore “spunta” come il sole del mattino e prima o poi la sua luce arriverà a tutti.

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      ( pag. 28)         Senza fermarti
                               cammini sul crinale
                               vigile sguardo

 

Il soggetto umano è diafano: quello che si coglie è il contesto misterioso, aereo.
La persona è focalizzata nel suo sguardo. Uno sguardo non timido, non angosciato, non terrorizzato ma “vigile”.
Nello sguardo, sentiamo tutta la affettività di  questa figura che cammina sul crinale senza fermarsi.
E qui possiamo fare una duplice lettura del modo di porsi  del soggetto nei confronti della vita, che è comunque insidiosa, difficile e rischiosa; da una parte l’atteggiamento appare sereno e fiducioso forse in una provvidenziale guida sovrannaturale di ispirazione cristiana; dall’altro distaccato e rassegnato, perché, comunque, tutto accade indipendentemente dalla volontà dell’ uomo secondo la filosofia orientale.
Quello che  rimane dentro dopo la lettura di questi versi non è il significato dell’angoscia, generata dal cammino sul crinale ma l’immagine del passo continuo e sicuro, è il “senza fermarti”, vale a dire il coraggio forte e splendido della donna.
Dopo “senza fermarti”, infatti, si avverte una pausa improvvisa che lascia intravvedere uno scenario etereo, senza confini.
Scena, senza dubbio, di solitudine e non è dato sapere se è una solitudine aristocratica o il risultato di una profonda ricerca interiore.

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       ( pag. 88 )        Vorresti andare
                                fuori dal seminato
                                a seminare

 

Questi versi sono una piccola finestra sul mondo interiore di una donna : il desiderio di essere parte attiva della sua vita (seminare).
Tutta la composizione si muove sull’asse semantico articolato di due  forme diverse dello stesso verbo, seminato/ seminare.
Questa donna desidera andare fuori dal seminato, da una vita che non le appartiene, non si sente protagonista di quanto succede intorno a lei.
In quel “ seminato” ci sono tutti i limiti sociali, culturali e psicologici che la circondano; e lei sente una grande forza  che la spinge fuori dall’ambiente in cui  si trova.
La sua forza non è fatta, però,  di ribellione, di aggressività o di rifiuto, ma di solida, serena tenacia.
E’ qui la potenza magica della parola: a noi non giunge l’immagine opaca  del seminato ma l’immagine ariosa e splendida del seminare.

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        ( pag.66)        Fitta la mappa
                               tra cielo terra e mare
                               delle tue corse

 

Creazione essenziale nella forma e delicata nello stile.
Non senti né il peso della “fitta mappa” né l’ansia, l’affanno, l’angoscia delle “corse”, di tutti i percorsi che l’uomo fa nella sua vita ( studio, lavoro, ricerca e attesa di lavoro, vissuti personali che si intrecciano, famiglia).
La mappa dei percorsi della vita non solo è fitta, vale a dire densa di eventi ed emozioni ma assume le caratteristiche dell’arcobaleno (cielo- terra- mare); non sono individuati, infatti, né l’inizio né la fine; intuitivamente l’ arcobaleno parte dall’uomo ma trascende l’uomo stesso.
Costui, ad un certo punto, della sua storia sembra non avere nessun punto di riferimento; appare solo ma non è disorientato. C’è in lui una forza misteriosa, lui non piange e non si dispera.
Tutto è così perché così tutto deve essere.
Fa eco la voce della cultura Zen: l’uomo nulla può nei confronti del caso perché ogni suo disegno, ogni sua volontà è piccola cosa nei confronti del divenire che lo avvolge.
Chi scrive, lontana, in disparte, si pone all’osservazione con incredibile semplicità, con plastica essenzialità nei confronti della vita. Sembra distaccata da ogni cosa, da ogni bene umano e materiale, da persone e da sentimenti, perché di tutto ella avverte la finitezza.
Un unico scenario sembra collegarla alla figura in corsa: cielo, terra, mare sono le coordinate della vita per entrambi.
E’ una sorta di illuminazione che li riscatta dal particolare e li fa  volare nell’ universale, e non c’è niente di più bello di questa LIBERTA’.

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        ( pag.26)            Dalla materia
                                   estrai con quelle mani
                                   l’anima tua

 

Inno al lavoro fatto con le mani. Non solo.
Certamente il pensiero va allo scultore che modella la materia inerte, al pittore che anima con figure, con linee e con colori una tela; ma qui il respiro è ampio il concetto di lavoro non coincide con un prodotto finale sia pure artistico e creativo e non si limita ad un settore di attività.
Materia è l’oggetto generale del lavoro; “Estrai con le mani” l’atto di un lavoro specifico ma il richiamo dell’ anima crea lo stacco con l’individuale, con il particolare.
Se pure nei versi si intravvede un destinatario, è sovrastante il concetto di anima sulla materia, sull’atto di estrarre, su quelle “mani” in azione che compiono l’atto.
Ad un primo impatto con i versi sentiamo tutta la forza della bellezza dell’ atto creativo dell’ artista che piega al suo immaginario la materia anonima, ma l’impressione trainante è la presenza dell’ anima.
Questa impressione genera una empatia inaspettata che è proprio frutto del processo creativo di cui l’haiku si sostanzia.
Il punto di partenza affettivo (l’amico scultore) è lontano e prende posto il significato di un valore assoluto come il lavoro.
Artistico, intellettuale, artigianale, il lavoro che si sposa con anima è certamente quello onesto, appassionato, consapevole, continuo nella tensione dello spirito.
I versi, con forza  e con chiarezza, con una preziosa semplicità, rimandano ad una realtà solenne da custodire e nello stesso tempo da perseguire: il lavoro è la dignità della persona, perciò, se la dignità dell’ uomo è una sola, tutti i lavori hanno pari dignità e costituiscono l’essenza della società.
La crisi dell’ occupazione forse può fare meno male  oggi, se nella vita si esercita la lettura delle priorità, la semplicità delle abitudini, la considerazione di tutte le potenzialità individuali per metterle in pratica secondo le occasioni che si cercano o  che vengono date.
La forza dell’anima come scolpisce attraverso le mani di un artista così potrà operare nella società, e potrà rimuovere pregiudizi e ostacoli, generando il necessario rinnovamento del sistema.

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        ( pag.20 )     Lieto il colore
                             nel cielo ci regali
                             di un’ aquilone

 

La brevità della composizione è propria dell’ haiku, la freschezza dell’immagine è propria di un particolare sentire.
Si può notare come ogni parola ha una sua risonanza e concorre a creare una scena fiabesca, come di sogno.
Nei versi non ci sono segni di ansia o di angoscia, si espande il senso quasi infantile dell’abbandono a godere con stupore di un aquilone che vola nel cielo.
Nel ritmo dei suoni  si nasconde un movimento che è un moto dell’ anima: il colore bello e gioioso ci attira in alto nel cielo; non appena percepiamo questa altitudine l’idea di regalo ci porta giù, e di nuovo saliamo su con l’aquilone.
In questo andirivieni traspare uno stato di serenità continuo, perché è “il colore lieto” che inebria il cuore e  la mente.
Protagonista assoluto dell’immagine è l’aquilone.
Tanti i significati: il richiamo a staccarsi dalle cose superflue e  banali della quotidianità, della vita, il ricordo dolce dell’infanzia, l’inno alla giovinezza,  felice e meravigliosa in chi ne è ormai lontano, il ricordo di una vita semplice nutrita di grandi affetti, la speranza in un futuro propizio e non ancora chiaro.
Come l’aquilone le parole , i suoni, le immagini di tutta l’opera ti portano lontano  e le sensazioni magicamente ti catturano.

All’improvviso senti vicine tutte le figure che accompagnano i versi, forti e vibranti di storie piccole e grandi, misteriose dai tratti essenziali,  figure senza tempo che sembrano consolarti e dire CAMMINA, CAMMINA, CAMMINA ANCORA!
Dott.ssa Anna Maria Galizia
 
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Scheda bibliografica
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Autore Antonietta Lestingi e Anna Maria Galizia
Titolo sulla pietra o nell’erba
Editore Aga Editrice - Alberobello
Prezzo s.p.i.
ISBN 9788895089881
data pub. novembre 2015
In vendita presso:
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