|
L’anno 1503 rappresenta per Conversano il crinale fra il suo Medioevo e il Rinascimento. Non per quella nuova Weltschauung che imperversa in Italia e in Europa. Questa sì che è già presente da noi attraverso i suoi interpreti; ci basti citare solo Andrea Matteo Acquaviva d’Aragona, autore di diverse opere letterarie e committente di quel pregevole manufatto architettonico che è la torre polivalente, straordinaria macchina bellica.
Un rinascimento invece documentario, che si dispiega all’indomani dell’espugnazione della città a opera degli spagnoli al comando del Gran Capitano, Gonzalo Femandez de Cordoba, e dell’occupazione delle fanterie per 13 mesi che implevano ditte scripture de polvere <da sparo> et li ponevano intro l’artiglieria, et cussì se perdettero tutte scripture publice et private con li detratij de li soldati, per cui li citadini erano costretti fuggire et lassare le case sole, et li soldati abrusciavano quanto nci era, et cussì se perdettero scripture publice et private, et in tempo che nce allogiò lo capitano Iacobo Moro in lo castello de Conversano nce stavano doy casse de scripture, et li soldati li ruinara tutte et ne facevan fulguri lo jurno et la vigilia de Santo Iohanne, et ancora implevano ditte scripture de polvere <da sparo> et li ponevano intro I ’artiglieria, et cussi se perdettero tutte scripture publice et private.
E per questo il titolare di numerosi benefici, giuridicamente posseduti ma privi di ogni documentazione, si trova a rivendicare il suo diritto reale, chiedendo nel 1566 una riassunzione delle bolle vescovili perdute (perg. 72).
La storia basso-medievale della vita sociale, politica, ecclesiastica e cultuale della nostra Università così è andata irrimediabilmente perduta con questa feroce membranoclastia, che peraltro il potere Leviatàn di ogni tempo, non meno che l’altro mostro biblico Behemòt, il populismo che anestetizza le menti, mettono in atto per denudare una comunità e affermare la propria arrogante forza con le armi o bruciando ogni libero pensiero scritto, come con lo storico romano Cremuzio Cordo e metaforicamente in Fahrenheit 451; e saremmo rimasti del tutto nudi anche noi, se non ci fossero venuti in soccorso le donne: le monache di S. Benedetto infatti con la strenua difesa della loro giurisdizione nullius contro i vescovi di Conversano hanno conservato tutti i documenti pergamenacei dal 901, consegnandoci quindi la nostra storia pregressa, parzialmente trascritta da Francesco Giuliani senior e da Giuseppe Simone Assemani e pubblicata poi quasi per intero nei secoli XIX e XX.
Un’ulteriore luce ora si accende nel segmento che intercorre fra il 1347 e gli inizi del ’500 attraverso l’attuale fondo pergamenaceo - almeno quello che non è stato venduto in precedenza - che, come attesta Ottavio Tarsia nel 1643, faceva parte dell’archivio della biblioteca dei Tarsia (in nostre Tarsensis biliothece archivio), di cui si erano perse le tracce, consegnato all’Archivio Diocesano di Conversano (ADC) in un primo lotto di 40 pergamene nel 2012.
Sorto da un travagliato caso di famiglia, esso si trovava lontano dalla nostra Italia. A Chicago la morte di John Sisto aveva aperto dei laceranti contrasti di successione tra i figli riguardo dell’ingente quantità di libri, pergamene, manufatti archeologici e pittorici provenienti dalla Puglia, di cui il padre si era venuto in possesso non sappiamo con quali modalità, ma comunque non legittime.
Era intervenuta così l’FBI che insieme con il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale Nucleo Operativo di Bari con analitico inventario ha riportato a Conversano, specificatamente nel nostro Archivio, tutte le pergamene e altre opere manoscritte e a stampa recuperate, divenute ora patrimonio della nostra città (v. Appendice 20).
Il silenzio di queste 151 pergamene, pregne di vita e di storia, è diventato ora voce parlata attraverso lo scritto; non è quella, da loro raccontata, storia universale dell'uomo, né quella della nostra nazione di “espressione geografica”, e neppure storia, per dirla con Italo Mancini e alquanto forzandone il contesto, come “ripostiglio dei rifiuti”, ma semmai come cantina (cellarium, perg. 19) di elementi impolverati e celati alla vista e alla memoria, in cui a smuoverli emergono sprazzi di storia universale e nazionale; è la microstoria della famiglia Tarsia in cui si leggono appunto questi sprazzi attraverso le figure dominanti e subalterne con le loro piccole e grandi passioni, con la geografia umana adusa a un vivere quotidiano per lo più dimesso e a volte stentato, segnata da quella forte divaricazione delle classi sociali, oggi ancor più accentuata e segnata da correnti di pensiero rizosomatiche, dalla bifronte intelligenza artificiale e da poteri autoritari, autocratici e tecnocratici.
Se l’intero ordito di queste pergamene è intessuto da un unico filo costituito dalla famiglia Tarsia, il disegno tuttavia è variegato ed eterogeneo, e perciò ho ritenuto opportuno, previo un succinto excursus storico sulla città, unificare le monadi sparse nel flusso del tempo per cogliere così appieno il disegno generale.
|