Non conoscevo Donato Mancini.
Diversamente da Vito L'Abbate, l'ho incontrato di recente, insieme
ai suoi versi e dipinti. Ha esordito dicendomi che si accontento di
scrivere e dipingere solo per pochi, con ciò apparentemente
precludendo la possibilità di fare il mio mestiere.
Sono un critico d'arte e il mio compito è quello di cercare
talenti, soprattutto se nascosti, piuttosto che celebrare quelli manifesti.
Purtuttavia, la critica (cioè il giudizio) ha un senso solo
nella storia, per cui ho sviluppato una certo diffidenza per gli artisti
che volontariamente si estraniano da essa, o si sottraggono al confronto
coi pubblico, mascherando i propri limiti in un empito d'incomprensione,
salvo poi giaculare dai loro eremi sulla morte dell'arte e altre simili
scempiaggini, atteggiamento questo assai diffuso tra i pugliesi e
tra le cause prime dei loro scarsi successi.
Per me, salvo rare eccezioni, l'arte nasce come miracolo del cuore
e della ragione ma subito esige comunicazione ed anche mercato (male
necessario). Il momento creativo e quello mediatico non possono scindersi,
se non rinviando ai posteri un'improbabile facoltà di giudizio.
Ho letto le poesie di Mancini e osservato i suoi quadri, evitando
accuratamente, per non incasellarlo, di rimembrare le sue affinità
con certo Cézanne e i maestri parigini e, soprattutto con il
poeta-pittore- critico toscano Ardengo Soffici che, come lui "trasgressivo
nella tradizione". alternava l'espressione lirica a quella iconografica,
caratterizzato da temi prevalentemente paesaggistici e bucolici. Che
farci, i critici sono dei razionalizzatori e avvertono una puerile
quanto irrefrenabile necessità di classificare, assimilare
accostare, confrontare. Quelli bravi, dopo aver colato l'artista nel
pozzo senza fondo della Kultur, della storia dell'arte, riescono a
farlo risuscitare nella contemporaneità della Existenz, nell'originale
ed irriducibile peculiarità di individuo e soggetto creatore.
Ho proposto alcune modifiche formali del presente volume, a mio avviso
opportune per accrescerne la piacevolezza, che garbatamente Mancini
ha rifiutato, ripetendo la dichiarazione d'esordio e che i pochi fruitori
lo avrebbero preferito semplice e crudo, privo di orpelli. "Desidero
semplicemente voltar pagina" mi ha detto, e ho cominciato ad
intendere che l'esser schivo non è una sterile tattica ma appartiene
alla sua filosofia di vita ed è pure una sorto di manifesto
artistico, un preferire il tempo lungo della meditazione al breve
viatico dell'Art Business, l'esercitare in libertà assoluta
la professione del pensiero, senza per questo rinunciare affatto alla
comunicazione.
La riservatezza si genera quindi dal pudore di non lasciar trapelare
la sofferenza dello spirito e di non perdere il controllo sulla realtà.
Mancini, studioso di filosofia, ha da tempo coniugato le vette apollinee
della speculazione teoretica con l'esigenza di visitare le viscere
impure del travaglio sentimentale.
La poesia, letto e soprattutto scritta è una di quelle cose
che rovinano la vita, disvelandone il senso tragico e inaccettabile.
Dallo slancio amoroso all'angoscia della delusione, squarci di sereno
sfumano nei vaghi presagi dei dubbio, tanto laceranti sono i dissidi
interiori e le 'oscillazioni" palpitanti nelle liriche, da urgere
il continuo intervento stabilizzatore del super-lo, bilanciere il
cui effetto pacificatorio è simboleggiato dalla stili life,
dai paesaggi, dalle marine, dagli scorci di paese, nei quadri in cui
per un ottimo si placa lo "spirto che rugge".
Per Mancini, la pittura attenuo il male di vivere scatenato dallo
poesia, seda come un farmaco prodigioso le tachicardie dell'anima,
riporto l'artista nel rassicurante equilibrio della tradizione. Nell'esercizio
di questa suo funzione, non può che essere impressionistica
e non antropica. I personaggi della vita reale e letteraria, l'Ego,
l'amato, il padre, la madre, scompaiono nella dimensione elegiaca
delle tele, trapassano al vaglio dell'immaginario, in cui tutto si
stempera nei rumorosi silenzi della natura, di tra le cose e i porti
dell'uomo, la cui figuro è sempre assente se non in rari casi
archetipici di contadini e marinai senza volto.
Ulteriore chiave interpretativa è fornito dalla fotosensibilità
pittorica, mai chiassosa o invadente, sempre tenue e talora singolarmente
poco meridionale. Nordica è la luminosità irreale di
alcune cose sulla collina e la nebbiosità materica dei viali
agresti all'imbrunire, toscano la dominante ocra dei villaggi, squisitamente
appulo il primitivismo di alcuni soggetti tratti dalla ceramografia.
Ritengo che questo libro, doppio ed ibrido, oscillante tra Eros e
Thanatos come duole è la natura umana, potrà piacere
a molti.
Orci sono anch'io amico di Donato e non posso che auspicare nuove
sortite bigame tra rima e pennello, ad esclusivo beneficio dei suoi
"lectores pauci". |