Nello scritto di Dionigi
Lorusso sono analizzate correttamente le ragioni delle difficoltà
della sinistra dopo l'89; ma, al contempo, si ribadisce la necessità
storica del ruolo politico della sinistra, che nasce dall'esigenza
di regolare nuovi squilibri sociali prodotti dal capitalismo globale.
Lorusso sottolinea giustamente che il crollo del socialismo reale
ha rappresentato il momento culminante di una sfida tra diversi
modelli sociali che già da tempo vedeva vincente l'organizzazione
sociale basata sul binomio capitalismo-liberaldemocrazia. Perché
questo successo? Certamente perché lo sviluppo economico
della società aperta ha prodotto maggiore benessere diffuso,
ed è quindi risultato più attraente rispetto al dirigismo
vincolistico del collettivismo autoritario. Non dobbiamo però
sottacere, nel valutare l'esito della sfida, l'importanza del carattere
libero e democratico delle istituzioni dei paesi occidentali, nonché
il fatto che in questi sistemi politici l'esistenza di un welfare
più o meno esteso è il frutto della forte presenza
della sinistra e del mondo del lavoro organizzato.
E' stata dunque sconfitta la sinistra antidemocratica che ha costruito
regimi totalitari, non la sinistra che è riuscita a contrastare
le disuguaglianze e a distribuire la ricchezza garantendo la libertà.
Piuttosto va detto che l'apertura sregolata dei mercati e il nuovo
disordine mondiale, seguiti all'89, da un lato generano pericolosi
e illegittimi conflitti, come la guerra irachena; dall'altro mettono
in discussione i diritti fin qui conquistati: risulta infatti difficile
limitare la forza di potenze economiche sopranazionali con gli strumenti
politici sempre più deboli degli stati nazionali. Qui nascono
le incertezze della sinistra: essa finora era riuscita, almeno in
Occidente, a tutelare i più deboli costruendone il protagonismo
sociale e politico; ma ora la difficoltà di comprendere il
nuovo scenario la costringe spesso in un ruolo subalterno o puramente
difensivo.
Come affrontare la nuova fase?
Innanzitutto occorre analizzare le nuove contraddizioni della globalizzazione.
Come scrive Lorusso, è sempre più visibile il contrasto
tra paesi poveri e paesi ricchi, così come si accrescono
le sperequazioni all'interno delle cittadelle capitalistiche, e
si sviluppa persino una nuova concorrenza tra territori: si arricchiscono
alcune regioni dell'ex mondo sottosviluppato, che offrono minori
costi del lavoro e minori tutele sociali, mentre declinano le zone
che stentano ad attrezzarsi sui nuovi modelli efficientisti. Le
nuove diseguaglianze sono il risultato di un capitalismo aggressivo
e senza limiti, che non solo tende a comprimere la centralità
del lavoro, ma produce enormi danni all'ambiente, cerca di controllare
l'informazione e la ricerca, di omologare le identità e ricondurre
a sé ogni ambito di vita. La missione della sinistra non
può che essere rivolta a riaffermare i propri valori costitutivi,
cioè a lavorare per l'uguaglianza, a difendere la dignità
umana e del lavoro, a proteggere i diritti, le differenze, l'accesso
ai beni pubblici primari.
Ma bisogna considerare che questi principi sempre validi, e perciò
da conservare, vanno poi riformulati e concretizzati alla luce dei
cambiamenti in atto. Ad esempio non potremo a lungo impedire la
svalorizzazione del lavoro nel nostro mondo se non tuteleremo i
diritti e non combatteremo lo sfruttamento di chi lavora nel Sud
e nell'Est del pianeta; non riusciremo a difendere lo stato sociale
se non affronteremo la questione fiscale a livello interstatale;
non contrasteremo la marginalità del nostro Mezzogiorno,
se non svilupperemo la cooperazione economica e culturale con i
nostri vicini dei Balcani e del Mediterraneo. E' necessario, certo,
modernizzare il welfare, il mercato del lavoro e la pubblica amministrazione
ma il cambiamento non può essere finalizzato alla compressione
dei costi, bensì all'accrescimento delle opportunità
nella competizione globale. Occorre rovesciare il primato dell'economia
e restituire alla politica democratica il suo compito essenziale:
promuovere e proteggere le libertà soggettive, regolare i
conflitti e limitare i poteri. Si profila allora l'urgente necessità
di un soggetto politico sopranazionale, in grado di porre argine
alla legge del più forte. Questo soggetto, lo sappiamo, è
l'Europa: la sua architettura è ancora in fieri, i suoi fini
appena delineati, ma è ad essa che affidiamo la speranza
di un mondo non abbandonato al disordine e alla guerra permanente.
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