Il recentissimo ritrovamento del progetto relativo alla ricostruzione della cattedrale dopo l'incendio avvenuto nella notte del 10-11 luglio 1911 e la concomitanza dei lavori in corso riguardanti i tetti, iniziati nel 2007 e non ancora conclusi, rappresentano un'occasione di riflessione su questo tormentato quanto splendido monumento architettonico romanico che gli storici dell'arte ritengono unanimemente costruito tra la fine dell'XI e gli inizi del XII secolo.
Ritengo opportuno ripercorrere in sintesi gli interventi architettonici che si sono susseguiti lungo i secoli fino all'incendio novecentesco, per coglierne più adeguatamente l'immane perdita.
Risultano per questo particolarmente preziose le fonti manoscritte attinenti alle fondazioni beneficiali: esse ci permettono infatti di stabilire le erezioni progressive delle cappelle e/o degli altari (la nomenclatura nei manoscritti è spesso intercambiabile); a fronte di tali erogazioni liberali erano connessi gli oneri cultuali che lungo il tempo divenivano sempre più onerosi per la galoppante inflazione. Si rimediava a ciò con le moderazioni, decisioni vescovili, previo l'assenso pontificio, in cui si accorpavano più oneri cultuali, riducendone in tal modo il peso a fronte di redditi beneficiali equiparabili.
Altra preziosa fonte è costituita dalle Sante visite: il concilio di Trento infatti imponeva al vescovo, tra gli altri doveri connessi al suo stato, la visita concernente: i benefici ecclesiastici con cura d'anime, annessi alle cattedrali o ad altre chiese, anche esenti 1; la cura del culto divino 2; gli ospedali e le confraternite 3 ; e infine l'intera diocesi 4. Laddove le visite erano redatte da cancellieri scrupolosi e precisi nel loro compito, ne ricaviamo elementi storici importanti e a volte unici.
E ancora, ci suffragano, preziose, le testimonianze epigrafiche lapidee: pochissime in verità sono le superstiti, per cui per le altre occorre attingere alle fonti edite dagli antichi storici locali (P. A. Tarsia, G. A. Tarsia Morisco, V. Candela) e alle fonti inedite (D. De Jatta).
Le Conclusioni capitolari ci permettono di seguire da vicino lo sgomento del capitolo in seguito al funesto evento e la sua volontà di prodigarsi nell'opera di ricostruzione.
L'architetto Sante Simone rappresenta un fondamentale punto di riferimento riguardo ai lavori compiuti nel secondo Ottocento, di cui fu parziale e sofferto protagonista: il suo progetto radicale era quello di riportare la cattedrale ai suoi incunaboli architettonici; era solo un sogno che si realizzò violentemente a poco più di un quindicennio dalla sua morte (1894), per incuria umana.
Il carteggio archivistico successivo all'incendio, seppure pervenutoci in modo non del tutto completo, ci guida lungo il tenace e immediato lavoro di restauro, subito purtroppo tarpato dalla prima guerra mondiale, poi faticosamente ripreso con la sfibrante ricerca di adeguate risorse finanziarie in un momento postbellico così difficile, e con i necessari e non meno indolori tagli di opere, condizionati dal contenimento della spesa, a fronte dell'originario e inedito progetto di restauro concepito dal Pantaleo.
Angelo Pantaleo, muovendo da una minuziosa ricognizione fotografica e descrittiva della condizione della chiesa dopo l'incendio, procede, mediante un'appassionata ricerca comparativa degli elementi architettonici coevi presenti nel panorama pugliese, all'elaborazione di un globale progetto di restauro in tutte le componenti minori e maggiori del tempio, progetto che finalmente ora per la prima volta vede la luce in questa pubblicazione.
Infine, il riepilogo topografico della dislocazione delle antiche cappelle o altari nella cattedrale e le tavole redatte dall'arch. Francesco Dicarlo, a cui esprimo la più viva gratitudine, potranno aiutare agevolmente il lettore ad avere un quadro più immediato dell'evoluzione interna della chiesa lungo i secoli XIII-XIX, la cui storia è stata tutta inghiottita dalla triste notte del 10-11 luglio 1911.
1 Concilium Tridentinum, sess. VII, cann. 7-8.
2 Ivi, sess. XXI, can. 8.
3 Ivi, sess. XXI, can. 8.
4 Ivi, sess. XXI, can. 8.
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