Mai come negli ultimi tempi, lo studio della storia locale, in Italia come anche nella nostra regione, intesa come indagine e successione di fatti e/o avvenimenti che si sono svolti nel passato, è diventato uno dei fenomeni più diffusi e certamente proficui di risultati. Ne consegue che molto ricercati sono, spesso, i saggi che approfondiscono gli studi su aspetti, più o meno conosciuti, della storia del “borgo natio”.
E l’intensificazione delle ricerche di “storia patria” è un grande beneficio per la vita culturale di una comunità che cresce, proprio quando prende piena coscienza di sé, del suo passato e del suo presente.
A nessuno, infatti, è dato di ignorare, tradire o, peggio ancora, rinnegare le proprie radici;
“ fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”
(Inferno, canto XXVI, vv. 119 - 120)
diceva il sommo poeta Dante Alighieri.
E’ eloquente che l’uomo abbia ricercato da sempre, la conoscenza. Egli da sempre ha voluto scoprire e conoscere, per superare i propri limiti naturali, per raggiungere o avvicinarsi alla Verità.
Perciò, ogni ricerca storica è di per sé un grande atto filosofico, che etimologicamente significa amore della conoscenza.
Il nostro autore è stato mosso da questo desiderio e il suo lavoro ha la sua radice nella brama umana del conoscere: un amore di sé, della terra in cui si vive, delle personali radici.
Il lavoro del Didonna non vuole essere una ripresa ed una esaltazione di un banale ed anacronistico campanilismo, come è stata piena la storia d’Italia, fino alla nascita del concetto di patria, né la ricerca storica locale può essere vista come dotto e vacuo esercizio esplorativo fine a se stesso.
Le ricerche storiche, di impolverati archivi e di inesplorate fonti, come è questa di Vito Didonna, hanno in sé il desiderio di superare, di combattere un’epoca, la nostra, quella della globalizzazione, segnata da una circolazione planetaria delle informazioni che, di fatto, rischia di affossare per sempre le microstorie che connotano il nostro passato.
Lo smisurato allargarsi degli orizzonti, a volte, ci fa trascurare o addirittura ignorare quello che più direttamente ci appartiene e ci rende automi, alienati, spersonalizzati, massificati come tanti robot docili ed ubbidienti.
Il nostro sentirci anonimi cittadini del mondo ci fa dimenticare che invece prima di tutto apparteniamo a ciò che è più vicino a noi, il nostro paese, la nostra storia personale.
La dimensione economicistica del tempo presente ha annullato quella umanistica dei secoli passati.
Adesso, non è più tanto importante ciò che siamo stati, quanto ciò che riusciamo a produrre. Si crea così uno iato, una rottura tra passato e presente.
Da questa consapevolezza, deriva il desiderio urgente del nostro Autore di garantire la conservazione e la memoria di ogni aspetto della storia locale, come della nostra migliore tradizione: di qui uno riscoprire di sagre, feste paesane, storia e storie.
La ricerca storica, allora, ha l’importantissima funzione di evitare che ci si dimentichi da dove veniamo, chi siamo stati; essa ha il delicato compito di farci leggere il senso dello scorrere del tempo, di farci ascoltare la voce della città e di tutti i suoi protagonisti.
Il saggio di Vito Didonna, che procede come un romanzo di piacevole lettura, si fa apprezzare anche per il suo paziente lavoro di indagine.
Da vero detective, l’autore vuole investigare su diversi aspetti della vita e della storia della nostra comunità, ad iniziare dalla nascita del primo nucleo di Noja fino alla sua affermazione economica-politica.
Egli si sofferma sui motivi della crescita economica del paese, indicati nella presenza del cotone, il più pregiato della Puglia, e di erbe, le galle, sfruttate per l’alto contenuto di tannino ed utilizzate per la tintura e concia di pelli, o delle, stravisarie,(bot. delphinium straphisagria) erbe che servivano per curare la calvizie o usate come shampoo per combattere la pediculosi.
Queste erbe erano commercializzate addirittura con l’Oriente, dove i medici arabi avevano scoperto le loro virtù terapeutiche, sconosciute ai chimici e medici locali.
Di quest’erba se ne faceva commercio con il Levante Ottomano anche perché, pur velenosissima, conteneva dei principi attivi importanti per curare l’impotenza maschile in età avanzata.
Ma l’indagine spazia anche sul vero motivo del saggio: le ragioni delle ostilità con il signore di Conversano, il solito confinante potente e prepotente.
I rapporti tra le due casate non erano mai stati buoni e si riusciva ad attenuare i contrasti solo grazie ad alleanze matrimoniali o all’intervento del potere centrale spagnolo.
Ma i fatti che avvennero nel 1671 e raccontati dal Didonna sono episodi sino ad oggi sconosciuti.
Ci si riferisce alla lotta per accaparrarsi l’acqua sorgiva, fresca e potabile che esisteva nella chiesa di S.Lorenzo a Rutigliano, territorio che il Duca di Noja Giovanni Carafa II aveva ricevuto in affitto dal Capitolo di S. Nicola di Bari per 70 anni e che, trasportata attraverso un canale sotterraneo nel castello di Noja, si immetteva in un’antica cisterna costruita colà dai Normanni .
Qui la narrazione finisce per coinvolgere il lettore tanto da farlo sentire presente ai fatti narrati, come nell’episodio dell’incursione notturna nel palazzo del duca di Noja, e nel l’uccisione dell’architetto incaricato dal Duca per l’esecuzione dei lavori del canale.
Emblematico il disaccordo con i Rutiglianesi i quali, ottenuta dalla regina di Polonia e duchessa di Bari Bona Sforza, la gestione della fiera di S.Lorenzo che si svolge, come tutti oggi sappiamo, tra il 10 e l’11 di agosto, non videro di buon occhio la istituzione, da parte dei Duca Carafa della Fiera, a metà luglio, del Carmine, che finiva per ridurre di molto i volumi di affari dei rutiglianesi.
Ed infine l’episodio accaduto nel bosco di Panicelli, nel territorio di Rutigliano, dove si recavano a cacciare gli amici del Duca Carafa, per effetto dell’acquisizione dell’intero territorio rutiglianese al ducato di Noja ma anche i Conti di Conversano che gelosi dell’espansione dei Carafa esercitavano il medesimo diritto di caccia in quanto il bosco era confinante con i loro possedimenti.
Tutte queste notizie rendono entusiasmante l’opera del Didonna che si sofferma in maniera puntigliosa su alcuni particolari eventi storici, intrecciati con la leggenda che vedeva in fuga tempestosa, nei cunicoli del castello, il famigerato Guercio delle Puglie, Girolamo II che esercitava lo “ius primae noctis” tra la popolazione femminile conversanese.
L’autore nel suo racconto oltre che mettere sotto i riflettori i ruoli, la forza, l’astuzia, l’indole irrequieta dei signori dell’epoca si sofferma anche su taluni personaggi di sommo avvedimento e valore, Isabella e Giangirolamo che seppero unire il potere e la cultura arricchendo di numerose opere d’arte, la Chiesa di S. Cosma, di S. Benedetto, del Carmine, il Castello con opere del pittore napoletano Finoglio, autore di 10 grandiose tele sul tema della Gerusalemme Liberata, ancora oggi in bella mostra in quel maniero.
Gli episodi delle scaramucce, dei tradimenti, delle fucilate nel bosco e dell’omicidio dell’architetto del pozzo di S.Lorenzo, il saccheggio del Palazzo Ducale, portarono di lì a breve, alla morte del Duca di Noja che morì nel 1671.
A quell’assalto poi seguirà una serie di scaramucce e vendette, fino all’episodio conclusivo del duello in terra straniera, nella lontana Norimberga.
La descrizione di questi eventi, nella immediatezza della lettura, mi ha riportato alla mente quello che di analogo oggi accade ancora in molte regioni del sud Italia: le faide tra famiglie, a causa di vecchie offese ricevute.
Solo che allora il contrasto si concluse, tra i due rappresentanti delle famiglie Carafa e Acquaviva, con baci e abbracci; oggi invece quelle faide, continuano a distanza di molti decenni ad insanguinare le strade e a farci arrossire per la vergogna.
Interessante storicamente è poi la descrizione della contea di Conversano e dei suoi signori: gli Acquaviva d’Aragona, discendenti da Goffredo d’Altavilla che con Giulio Antonio raggiunsero l’apice dei riconoscimenti da parte del Re di Napoli Ferdinando I d’Aragona, per aver combattuto strenuamente i musulmani in uno storico combattimento il 6 febbraio 1481.
Infine per concludere: la ricerca d’archivio, non sempre facile né agevole (a maggior ragione quando si svolge in terra straniera) ha riportato a galla un episodio inedito della storia dell’antica Noja.
Pochi storici forse sanno dell’episodio descritto dal nostro autore. Il duello, quale mezzo di riparazione delle ingiurie, era una pratica che risolveva il contenzioso. La chiesa cattolica proibiva la pratica del duello e penalizzava con la scomunica e la confisca dei beni i combattenti che furono costretti, nella fattispecie, ad emigrare a Norimberga, città universitaria, ricca economicamente e politicamente per essere vicina a Federico II imperatore, dove l’Autore ha scoperto alcuni manoscritti in lingua tedesca, custoditi nell’Archivio di Stato, e fatti tradurre in italiano che raccontano del duello tra il Duca Don Francesco Carafa di Noja e don Giulio Antonio Acquaviva d’Aragona.
Il duello durò poco meno di un’ ora con assalti crudeli che portarono al ferimento di Don Francesco Carafa il quale ,da nobile com’era, chiese di poter continuare. Ma intervennero gli astanti e oltre 400 cavalieri che chiesero di bloccare il duello. Solo allora i duellanti iniziarono a dirsi parole di cortesia e di scuse reciproche e si abbracciarono con tenerezza.
Questi i fatti descritti dal Prof. Vito Didonna; ma quello che alla fine del saggio emerge sono le gravi colpe di chi, tra i vari amministratori succedutisi alla guida del governo locale, ha assistito alla demolizione delle tracce della presenza normanna nel nostro paese, senza opporsi; per cui, dice l’autore,“oggi la popolazione dimostra insensibilità e ignoranza, distruggendo quel poco che resta per ricordare la storia del paese” (pag. 13)
Anche per evitare che i nostri concittadini continuino ad ignorare le tracce del passato, e ad assistere imperterriti alla distruzione di un patrimonio civico-culturale-economico di cui dovremmo essere orgogliosi, voglio augurarmi che questo saggio, che si legge e si intende agevolmente, sia utilizzato, oltre che dagli studiosi, soprattutto nelle scuole, come utile strumento di indagine e conoscenza.
Esso può aiutare a scoprire con curiosità ed interesse gli aspetti della storia della nostra città che si è costruita faticosamente il suo cammino.
Grazie Vito, per averci regalato quest’opera. |