Presentazione
Un messaggio di speranza
“Sono pronte le tue liriche?... Mi raccomando,
cerca di far presto".
É facile, dolorosamente facile, oggi, a posteriori, parlare
di una sorta di presentimento nelle parole con cui Matteo Fantasia,
a poche ore dalla fine, sollecitava il collega e amico Pietro De
Filippis a consegnargli il manoscritto delle sue ultime composizioni
perché l'Associazione "Luigi Sturzo" le potesse
pubblicare. Di certo, in queste parole noi avvertiamo lo stimolo
accorato e fiducioso rivolto ad uno che - Matteo ne era convinto
- poteva aggiungere un tassello - piccolo o sostanzioso, poco
importava - al grande mosaico della cultura. Merito grande, infatti,
di Matteo Fantasia fu appunto quello di animare, di sollecitare,
di vivificare l'ambiente, stimolando le intelligenze e i cuori,
perché non restasse estraneo, anzi vivesse, con coinvolgimento
e partecipazione, di quell'afflato spirituale che la cultura diffonde
in un processo universale e universalizzante.
Ma, aveva bisogno la musa di De Filippis di stimoli siffatti? Non
è forse la poesia un'arte che va per conto suo, che ha una
sua autonomia, che poggia tutta ed esclusivamente sulle sue leggi
interiori, ossia sull'estro dell'artista poeta, sulla sua capacità
di "sentire" in modo tutt'affatto suo la realtà
del suo io e del mondo che gli pulsa intorno? di tradurre tali sensazioni
in un linguaggio particolare, che obbedisce anch'esso a leggi interiori,
e che ha un suo ritmo e un suo tono tutt'affatto peculiari e irripetibili?
di "notare" - per dirla con Dante - quello che Amor gli
spira e di saperlo significare a quel modo ch'ei ditta dentro?...
Tutto vero. E Matteo Fantasia lo sapeva. Ma sapeva anche che ha
una sua valenza l'influsso che le circostanze esterne con i
loro condizionamenti esercitano sull'arte e sulla poesia. Uno può
anche "sentire" ma non produrre; può anche produrre
ma non pubblicare. De Filippis sente, produce, pubblica... anche
perché ha trovato un ambiente predisposto ad ascoltarlo,
un ambiente sensibile alle voci arcane della sua poesia.
Pietro De Filippis, poeta della vita - Così, con sintesi
felice, lo presentava anni fa un raffinato intenditore di poesia,
Walter Tommasino, in un saggio pubblicato nel Quaderno n. 3 (1980)
del Ginnasio-Liceo "O. Fiacco" di Bari, di cui Tommasino
fu Preside illuminato. Basti leggere, per avere conferma di
questo giudizio, la lirica che ha dato il titolo alla presente raccolta
"I segni della storia". La storia è lo scrigno
del tempo: uno scrigno in cui si accumulano i depositi - esaltanti
o degradanti - dell'azione dell'uomo. Ha ragione il nostro poeta:
"Non muore il tempo trascorso". Egli compone questa lirica
alla fine di un anno, il 1989, gravido di avvenimenti straordinari,
che hanno aperto orizzonti sconfinati alla speranza dell'uomo. Non
ha senso - pare che dica il poeta - scandire la fine di un anno
e l'inizio del successivo con i botti della nostra stupidità
o dei nostri miti illusori. Non finisce niente, non comincia niente:
il tempo fluisce con ritmo incessante, la storia avanza con inesorabili
cadenze sui passi dell'uomo, con le orme da lui lasciate nella polvere
della sua animalità, ma anche sui sentieri della sua irresistibile
vocazione all'alto: vocazione di bruco destinato a diventare angelica
farfalla...
Dunque il poeta - ed è quello che a me preme qui sottolineare
- non si chiude in un'ermetica solitudine; non cerca fantasiosi
rifugi al di fuori del tempo e dello spazio, ossia della storia;
non rinnega la vita e il posto che in essa ha l'uomo, la sua coscienza,
la sua responsabilità che lo fanno faber fortunae suae, artefice
della sua sorte. La musa di De Filippis vibra di tensione di fronte
agli eventi umani, e di essi si nutre, e ad essi reagisce; e sono
reazioni di un animo schietto e cosciente, che intuisce con immediatezza
che, no, il male non è fatale eredità del figlio di
Adamo, non è necessariamente legato al suo destino, non è
dunque irrimediabile e irredimibile e irriscattabile: il male semmai
è un portato della nostra rinuncia e della nostra inerte
rassegnazione, quando non proprio della nostra volontà
di fare il male.
Una musa, come quella di De Filippis, che si incanta davanti a scorci
di paesaggi luminosi, che esulta di fronte ad una natura esuberante
nella sua primigenia vitalità, che piange davanti allo spettacolo
quotidiano degli insulti alla natura, opponendogli il vagheggiato
ricordo di una stagione in cui i fiumi erano "specchiati cristalli:/
gorgheggi d'uccelli silvani/ e guizzi di trote iridate" e rimpiangendo
il "dono violato da falsi miraggi,/ millenni di luce/ devastati
da una briciola/ d'anni"... una musa del genere non può
non essere sostanzialmente portatrice di un messaggio ottimistico.
Non può non cogliere - ad alimentare la sua speranza e ad
infonderla nel cuore di chi leggerà i suoi versi - quegli
aspetti luminosi che tuttavia esistono e tuttavia resistono, ad
onta delle tenebre, a squarciare le tenebre...
Li coglie nella cronaca incerta dell'oggi - il crollo dell'infamia
di un muro "per decenni barriera alla gente/ di una stessa
città", la caduta di tiranni "travolti dal grido/
di popoli oppressi", una Chiesa che esce dalle catacombe di
un lungo silenzio, due mani che si uniscono nella sede di Pietro
a darsi mutua fiduciosa promessa e a rassicurare il mondo trepidante...-;
li coglie nella storia del passato - un uomo, l'Uomo, "che
tende le mani/ a ruvide mani/ di donna/ nel dono dell'acqua",
il "Medioevo di luce" di Chiara e Francesco Certo, ci
sono dei momenti, nella cronaca e nella storia, in cui sembra che
l'oscurità della notte stia per sommergere tutto e per sempre.
Ma "il sole/ lentamente/ si fa luce/ all'orizzonte". Così
si chiude la lirica "I giovani del sabato notte". E richiama
il foscoliano "finchè il sole risplenderà sulle
sciagure umane". Ma quanta differenza nel tono: il cupo pessimismo
del poeta de I Sepolcri è qui riscattato da un'immagine e
da un messaggio, di speranza: la notte, state certi, passerà
- quella del moto della terra e quella della follia degli uomini
- e il sole tornerà a risplendere, così nel firmamento
come nell'animo dei figli di Adamo.
Pietro De Filippis, poeta del paesaggio - Non so se lo ha detto
qualche altro critico. Per parte mia, sono rimasto particolarmente
colpito da questo peculiare aspetto della sua produzione poetica,
che risalta in misura cospicua nella presente raccolta. E non è
una negazione del De Filippis "poeta della vita". Semmai
una conferma, comunque una integrazione. Non è il suo un
rifugiarsi nel grembo materno e sicuro della natura per fuggire
dalla vita, per evadere dai suoi scenari di desolazione. Direi
piuttosto: si appella alla natura, e alle sue suggestioni, e al
suo linguaggio che scende dritto al cuore, per recuperare motivi
di giustificazione alla vita e speranze sottese di riscatto spirituale
per l'uomo. Non, dunque, una contrapposizione manicheistica tra
la natura e la vita reale dell'uomo, sibbene una ritrovata
armonia di equilibri perduti, che rivive nei sentimenti e nei
vagheggiamenti e nella fantasia del nostro poeta.
L'incanto della natura... Non è un motivo meramente ornamentale,
relegato nelle solitarie arcadiche contemplazioni del poeta. É
vita reale, che palpita all'unisono con la vita del poeta, con i
suoi ricordi, con la sua esperienza. Prendete la lirica "Un
fiore per te". Sentirete, sottile e penetrante, il fascino
di quadretti idillici che parlano all'animo sensibile, che hanno
un linguaggio segreto avvertibile da una sensibilità acuta,
capace di cogliere guizzi di vita e fremiti di partecipata comunione
anche negli esseri (apparentemente) muti e (apparentemente)
insensibili: "il fragno/ vestito d'edera antica,/ asilo
di capinere canore" (come si fa a non ricordare il Pascoli
della Quercia caduta?), i "silenzi ovattati/dell'ultima notte",
il pettirosso che "tintinna il suo verso/ sulla vetusta parete/
di pietra", "radure di narcisi" lungo gli erbosi
sentieri...
Prendete "La fonte di Santa Cristina". Una lirica che
ricorda un poco la "Fons Bandusiae" di Orazio (se si esclude
il tono di sacralità che il poeta romano collega al rito
liturgico dei Fontinalia, le feste delle fonti), e un poco "Rio
Bo" di Palazzeschi - Tre casettine dai tetti aguzzi/ un verde
praticello/ un esiguo ruscello/ Rio Bo/ un vigile cipresso - per
la capacità di evocare un paesaggio - meglio: una suggestione
di paesaggio - con il sobrio disegno di qualche particolare (i "due
pioppi/ che s'ergono al cielo"; o le "fustaie di castagni/
fecondi di frutta").
Che non si tratti di meri vagheggiamenti arcadici, lo dicono con
particolare tocco di convinzione quelle liriche in cui l'uomo
è rappresentato in amoroso colloquio con la natura. Come
in certe fascinose descrizioni dei paesaggi alpini: nello scenario
grandioso delle corone di cime innevate, "immensi silenzi/
appena sfiorati/ da refoli di vento", "bianchi ricami/
di mille cascate", cime che si aprono accese "all'abbraccio
del cielo"... e poi, la presenza dell'uomo, attonito e stupefatto
di fronte a tanta sacralità, che si manifesta con "cadenze
di parole (che) aprono spazi di vita", o si dissimula in "silenzi
sospesi dell'animo (che) disegnano sguardi d'attesa".
O come nella rievocazione del paesaggio delle montagne silane così
familiari ai ricordi della sua giovinezza ("scoscesi sentieri/
nascosti da pendule felci", "speroni/ di rocce coperte
di muschio", "profondi respiri/ d'essenze montane/ nel
ritmo placato del cuore"), dove l'andar per funghi ricostruisce
un rapporto di solidarietà e di amicizia tra l'uomo e la
natura, grazie al quale l'uomo non preda, ma raccoglie, rispettoso
e grato, quello che la natura gli offre con materna generosità:
"colloqui d'amici/ e sorsi d'acqua zampillante/ nell'anfratto
ombroso/ di una fresca sorgente". Di questa riconciliazione
tra l'uomo e la natura è simbolo "il vecchio della Sila":
non sfrutta la sua terra con avida ingordigia; non ne stravolge
il volto sereno... perché egli è cosciente che la
sua ricchezza è essa, la sua terra, per quello che è
più che per quello che dà. E perciò gode il
vecchio, gode del salto d'una carpa, del volo di rondini, del martellar
del picchio lontano... la stupenda liturgia della vita, sempre nuova
e sempre autenticamente fresca nel ritmo antico dei suoi molteplici
riti.
Pietro De Filippis può vantarsi di aver raggiunto un perfetto
equilibrio fra l'immaginazione poetica e il dispiegarsi dei mezzi
espressivi. Colpisce, in particolare, la magistrale capacità
di fissare, in versi brevi ma densi di sottintesi, i suoi ricordi,
le sue impressioni, le immagini captate dal fascino della natura.
I suoi versi sono come certi disegni, sobri, lineari, essenziali,
capaci di evocare scenari di vita assai meglio che certe tele sfolgoranti
di colori. Sono tratti di penna che ti calano con immediatezza nel
cuore, e ti disegnano orizzonti vasti, e ti suggeriscono - come
a Leopardi l'ultimo orizzonte, al di là della siepe del colle
dell'Infinito - interminati spazi e sovrumani silenzi e profondissima
quiete; ma, a differenza dell'immagine evocata dal poeta recanatese,
qui il cor non si spaura: il cuore si apre a un respiro consolatorio,
si dispone a un incontro col creato che vivifica, che tonifica,
che ristora.
Quelle di Pietro De Filippis sono visioni serene che sedimentano
in un animo sensibile aprendo spazi di luce e di pace. Immagini
di idilliaca armonia che trovano convergenza in un invidiabile equilibrio
spirituale, fatto di adesione viva, straordinariamente viva, alle
leggi eterne del creato, e che suscitano reazioni di stupore nel
pascoliano fanciullino che si nasconde nell'animo del poeta, incantato
e assorto nella contemplazione dell'arcana rasserenante bellezza.
Contraccolpi di soddisfatta meraviglia, di accettazione appagante
e riposante del messaggio di speranza e di luce e di pace che
dal creato riviene. Sol che lo si sappia capire questo messaggio,
e accogliere, e portarlo con sé per le strade della vita,
e comunicarlo agli altri... Che è questa, in fondo, la nobile
funzione del poeta. A lui vengono rivelate, grazie alla segreta
e misteriosa mediazione della poesia, cose che i comuni mortali
pur vedono con gli occhi della carne, pur odono con le orecchie
della materia, ma di cui non riescono a penetrare l'essenza viva,
perché misterioso ne è il linguaggio, criptici i segni,
segreto il significato profondo.
Il poeta, che di questo linguaggio e di questi segni coglie il messaggio
con familiare dimestichezza, non se lo tiene per sé solo,
e lo rivela agli altri. E quelli, di questi altri, che per il dono
di una maggiore sensibilità a quel linguaggio si sentono
più vicini e di quel messaggio avvertono la carica potenziale
di elevazione spirituale, sollecitano il poeta a porgere al prossimo
l'acqua fresca e limpida che spegnerà la sete antica dell'uomo.
"Sono pronte, Pietro, le tue liriche? Fa presto, ne abbiamo
bisogno". Matteo Fantasia, questa volta, bisogno non ne aveva
per sé, che già si disponeva a raggiungere la soddisfazione
piena e compiuta della sua sete di verità e di assoluto.
Matteo Fantasia ha spinto e stimolato per gli altri. E Pietro De
Filippis ha risposto. A modo suo: con un rinnovato messaggio di
fiducia e di speranza "all'uomo che attende/ decisi segnali".
Con quella speranza che egli - fisso lo sguardo penetrante del poeta
nell'abbraccio comprensivo del mistero dell'uomo e della sua storia
- è riuscito a cogliere persino nella pietra: la bianca pietra
di Puglia che, dopo averne viste tante, di buone e di meno buone,
dopo aver sentito e sopportato, paziente, nei millenni i passi dell'uomo,
continua e continuerà in perpetuo, impassibile, a tendere
lo sguardo "ad approdi di stelle".
Natale 1994
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