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Giuseppe
Di Vagno (1989-1921)
Documenti e Testimonianze 1921-2004 |
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Prefazione di Gianvito Mastroleo |
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La
Fondazione "Giuseppe Di Vagno (1889-1921)" affonda le
sue radici nel sentimento popolare diffuso legato alla memoria di
Giuseppe Di Vagno, della sinistra e dei socialisti della terra di
Bari e della Puglia.
Dopo i timidi tentativi nell'imminenza del delitto,
tutti repressi energicamente, di questo sentimento si riscontra
la prima traccia documentale nel 1943-1944 attraverso l'Istituto
Socialista di Cultura "Giuseppe Di Vagno" (con sede in
Bari in Via Dante 84) che, «nell'iniziare ... la sua attività
editoriale», curò la pubblicazione di uno scritto di
Carlo Rosselli dal titolo Filippo Turati e Il Movimento Socialista
Italiano, apparso in «Giustizia e Libertà»
(numero del 3 giugno 1932): nella prefazione, Antonio Lucarelli
descrisse «l'intima soddisfazione di ravvivare nella memoria
dei compagni del Partito Socialista a cui mi onoro di appartenere
da cinquant'anni e degli amici del Partito d'Azione, ai quali mi
avvince tanta affinità di pensiero e di ricordi, la cara
immagine del grande Maestro e del suo degno discepolo, cui sorride
la corona del Martirio».
C'è da credere, in verità, che l'Istituto
Socialista di Cultura "Giuseppe Di Vagno", indicato e
menzionato dall'«Avanti!» alla fine dell'anno 1943,
sia stato luogo d'incontro e di scambio delle informazioni, dell'elaborazione
delle direttive, dell'esternazione delle esperienze vissute da ciascuno,
nel proprio comune o nel proprio quartiere, per i socialisti nella
clandestinità.
Dopo lungo periodo di silenzio la Fondazione rinasce
negli anni `70 ed infine riprende le iniziative negli ultimi anni:
non a caso.
Di Vagno fu barbaramente ucciso nel settembre
del 1921; Giuseppe Di Vittorio, che accorse dopo solo qualche ora
nella notte al suo capezzale, quand'era ancora moribondo, descrisse
su «Puglia Rossa» l'ondata d'emozione che attraversò
il popolo di Conversano, di Bari, della Puglia, e delle decine di
migliaia di compagni, di gente comune che sotto quel diluvio, che
non riuscì a lavare l'onta di un delitto assurdo, affluirono
al funerale.
Per la celebrazione di un rito nel quale piuttosto
che invocare vendetta «...pareva che da ogni parte si levasse
il grido: non più sangue, non più stragi. Abbasso
le armi!» come si legge nella dichiarazione pronunciata alla
Camera il 24 novembre del 1921, in nome del gruppo di Democrazia
sociale, dal deputato Raffaele Cotugno.
I documenti, uno per tutti i soldati ed il cannone
inviati dal Prefetto di Bari a Conversano per le onoranze del 2
novembre del 1921, documentati in una foto preziosa, ci raccontano
quanto severa fosse la repressione della polizia fascista verso
chiunque avesse osato promuovere pubbliche manifestazioni di celebrazione
e ricordo.
La tradizione orale ha trasmesso e fatto sapere
a molti di noi che il popolo pugliese, quello di Conversano in particolare,
aveva adottato la fotografia di Di Vagno tra quelle esposte nel
salotto di casa alla venerazione della famiglia e degli amici: fra
i santini che molti braccianti custodivano gelosamente ed accuratamente
in un portafoglio, gonfio solo di carte, c'era anche l'immagine
di Giuseppe Di Vagno.
In pubblico, collettivamente, in mezzo alla gente
dove ogni emozione si rielabora e si esalta, di Di Vagno non si
poteva e non si doveva parlare.
La sede di Bari del Comitato per le Onoranze e
per il Monumento a Giuseppe Di Vagno fu saccheggiata, come denunciò
Giacomo Matteotti nel puntiglioso e dettagliato studio pubblicato
nel 1923, Un anno di dominazione Fascista, nel quale descrisse
con straordinaria, analitica conoscenza gli atti di repressione
e di violenza nel biennio d'avvio del regime: a Roma, nelle grandi
città, come nei più sperduti ed isolati comuni del
Mezzogiorno d'Italia.
Numerose furono le lapidi che furono scolpite
ed infisse sulle facciate degli edifici pubblici, qualcuna non senza
contrasti, come a Barletta, non poche delle quali furono rimosse
dal fanatismo fascista: ma sempre rimesse al loro posto, puntualmente,
per volontà del popolo.
Come avvenne in un tripudio di popolo a Locorotondo,
un paesino di qualche migliaio d'anime, il 1' maggio del 1947; mentre
il 31 ottobre del 1921, per lo scoprimento di quella lapide, la
stazione dei Carabinieri fu rinforzata di ben 25 unità.
Alla fine del ventennio fascista, nel corso del
quale furono severamente repressi dalla polizia di regime lo sdegno,
la passione ed il rimpianto, l'impegno diffuso per il riscatto,
presero a vivere pubbliche manifestazioni e cortei e apparvero le
rievocazioni della stampa che si avviava alla libertà.
Riprese, così, vitalità la fase
della celebrazione e della rievocazione; la figura del "Gigante
Buono", colui che «da Uomo diventa Mito», come
disse Di Vittorio sul suo cadavere ancora caldo, emerse in tutta
compiutezza assieme alla militanza socialista, all'adesione senza
riserve al riformismo del suo maestro, Filippo Turati; l'avversione
all'estremismo massimalista e l'avversione al comunismo scissionista
furono rievocate e documentate da tutti quelli che scrissero su
di lui o parlarono di lui.
Si arriverà al 1944 per avere notizia delle
numerose piazze o strade cittadine, delle cooperative, delle sezioni
di partito, dei circoli che ne adotteranno il nome come simbolo
ideale di riferimento per la loro azione: come quell'Istituto Socialista
di Cultura che prenderà il suo nome.
In un'Italia ancora divisa, fra mille peripezie
raggiunsero Bari per commemorare Di Vagno Sandro Pertini e Peppino
Di Vittorio nel 1944; Alfredo Violante, Eugenio Laricchiuta, Antonio
Bonito di Foggia e altri ancora pubblicarono saggi o scrissero sui
giornali.
Tommaso Fiore con il suo scritto del 18 aprile
1944, accanto al ricordo umano e struggente, inaugurò la
fase dell'analisi storiografica.
L'umanista di Altamura sin dal 1926 aveva indicato
una delle principali motivazioni dell'oblio che aveva investito
la figura di Di Vagno affermando: «di qui è quel giovine
deputato socialista che tre anni fa fu ammazzato come un cane, in
pieno giorno in una piazza, senza che l'opinione pubblica nazionale
se ne commovesse gran che; cosa perfettamente logica in regime feudale».
Fiore ebbe il merito, nell'immediato dopoguerra,
di inquadrare tutta la vicenda nel clima di repressione e di odio
dal quale il fascismo si fece sostenere per conquistare il Paese.
Tesi, questa, che non convince del tutto Raffaele
Colapietra, il quale paragonando Di Vagno, "spirito libertario",
ad un qualsiasi "demanialista" del Seicento dinanzi alle
soperchierie di "un qualunque conte Acquaviva" riduce
l'episodio ad un contrasto tra faide paesane, ed individua il "prepotere
locale" come presupposto per il delitto.
Anche le ampie e puntuali ricerche di Simona Colarizi
sulle origini del fascismo pugliese e sul clima di violenze che
caratterizzò il primo dopoguerra non danno luogo ad una sistematica
riflessione sul ruolo di Di Vagno (la sua popolarità era
più forte di quella di Di Vittorio) all'interno dello scontro
in atto tra contadini e proprietari e nell'ambito della crisi che
aveva investito il Partito socialista.
L'assassinio di Di Vagno veniva considerato «un
incidente isolato».
Sfuggiva all'indagine storiografica la peculiarità
del socialismo riformista che a Bari, nel primo dopoguerra, si caratterizzò
per le ricerche di Carlo Maranelli (un geografo profondo conoscitore
della realtà economico-produttiva del Mezzogiorno che collaborò
per diversi anni all'«Unità» di Salvemini) e
di Antonio Lucarelli (storico meridionalista) che su «Quarto
Stato» nel 1926, considerò improponibile nel Mezzogiorno
il modello di socializzazione della terra attuato in Unione Sovietica.
Il socialismo di Di Vagno scaturiva da una visione
nuova dei rapporti tra la borghesia delle professioni e dei ceti
produttivi con il movimento contadino.
Il suo socialismo non era riconducibile ad una
rigida visione di classe.
Mario Dilio nel suo lavoro dei primi anni '70
ebbe il merito di discostarsi dalla tesi di Colapietra; in seguito
amplieranno l'analisi e le argomentazioni prima Leo Valiani, nel
1971 e poi Vittore Fiore, nel 1977.
Gaetano Arfé, nel 2001, ridefinisce storicamente
la tragica avventura umana di Giuseppe Di Vagno, che nel 1921 Alfredo
Violante definì «un cervello borghese in un'anima socialista»
e ne collocò la figura nella storia del movimento socialista
italiano come riformista turatiano e del delitto precisa che «...
maturò nell'azione politica di Mussolini, intessuta di delitti,
scientificamente qualificabili come tali, contro l'Italia, contro
l'umanità... e che nessuna revisione può cancellare
il fatto che il fascismo teorizzò e praticò la violenza
quale strumento di lotta politica: Di Vagno morì di pistola,
Matteotti ed i fratelli Rosselli di pugnale, Giovanni Amendola e,
con lui, il prete don Minzoni di manganello... che il fascismo soppresse
con appropriate leggi tutte le libertà... e dette vita ad
una repubblica fantasma che armò i suoi uomini, italiani
contro italiani».
Oggi la ricerca storica, che tuttavia è
ben lungi da potersi ritenere esaurita, dispone di punti di riferimento
autorevoli, ben più delle sole intuizioni dei compagni di
fede e di lotta di Di Vagno che negli anni si sono incaricati di
mantenerne vivi il ricordo e la memoria.
Per chiunque voglia meglio conoscere o proseguire
gli studi e le ricerche, viene oggi offerta una raccolta ordinata
dei materiali storicamente più significativi che è
opera di Vito Antonio Leuzzi e di Guido Lorusso, direttore dell'Istituto
Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea
il primo e del Centro Regionale di Servizi Educativi e Culturali
del Distretto BA/15 il secondo, i quali con rigore scientifico hanno
lavorato nell'Archivio di Stato, nelle Biblioteche pubbliche, regionali
e nazionali e dovunque è stato loro possibile incontrare
una traccia (anche orale, attraverso l'ascolto di vecchi compagni)
della milizia socialista di Di Vagno e dei tragici fatti che lo
condussero alla fine, della situazione politica della città
di Conversano, della terra di Bari e della Puglia.
Il lavoro che oggi viene pubblicato, nella sostanza
una puntuale e compiuta ricostruzione biografica e bibliografica
ed una raccolta sistematica delle testimonianze su Di Vagno e degli
atti più significativi dei due processi, si arricchirà
e si completerà nei prossimi mesi con un secondo volume che
raccoglierà e analizzerà tutti gli scritti e gli interventi
di Di Vagno: una ricerca quest'ultima, seguita con grande meticolosità
dal Lorusso.
Di Vagno più che un intellettuale dedito
alla ricerca teorica fu uomo d'azione che amava la piazza e sapeva
parlare con i contadini ed i braccianti della Puglia: «non
vi è piazza della nostra provincia - disse Laricchiuta nella
rievocazione del 1944 - in cui non abbia superbamente echeggiato
la sua voce; un vero facchinaggio oratorio; era soltanto lui che
poteva soddisfare le nostre masse contadine».
Poco tempo, dunque, per scrivere, anche se fino
ad un certo punto, come vedremo; infatti scrisse e pubblicò
non pochi articoli sui giornali dell'epoca sempre ricorrendo a pseudonimi:
Enjolras, Basarow, Marco Polo della luna.
La lettura di questi documenti servirà
per completare la conoscenza dell'uomo, del socialista, del riformista;
ma anche per comprendere, attraverso la sua voce, il clima politico
all'interno del quale egli svolse la sua attività politica,
sempre con assoluta coerenza.
Quello stesso clima che si designò in tutti
i suoi contorni nel corso dei successivi tre anni e che nella continuità
dello stesso disegno portò all'altro sciagurato delitto di
regime, quello di Giacomo Matteotti: fu così che il fascismo
teorizzò e applicò l'uso della violenza come mezzo
di lotta politica, fino all'eliminazione fisica dell'avversario.
Matteotti come Di Vagno, l'oscuro Matteotti delle
Puglie come lo ricordò Carlo Muscetta nel 1952 in una recensione
ad Un popolo di formiche di Tommaso Fiore, alimentarono
entrambi la stessa passione socialista, a contatto con la miseria
degli stessi contadini e le prevaricazioni degli stessi agrari.
Matteotti con quelli del Polesine, Di Vagno con
i braccianti pugliesi "appurati" nelle piazze
di Conversano o della Murgia, con la spina dorsale spezzata in due
per le estenuanti giornate di fatica in compagnia della loro zappa
e dei chilometri di strada da fare, a piedi, per andare e tornare
dal lavoro.
Vittime entrambi di ripetute ammonitrici aggressioni
prima dell'epilogo: Di Vagno a Conversano, a Bari, a Noci; Matteotti
lungo le strade desolate del suo Polesine, e non solo.
Entrambi disturbati dopo la morte: le giovani
vedove spesso insultate dai fanatici; le loro tombe oggetto d'attenzioni,
certo non concilianti.
Entrambi al centro di due processi conclusisi,
per varie vie, con la sostanziale impunità degli autori.
Queste e molte altre le ragioni per le quali gli
studiosi italiani, con ricerche non influenzate dalla pur legittima
passione di parte, individuano sempre più spesso un unico
filo conduttore nei due delitti, smentendo coloro che nel tempo
passato ritennero di circoscrivere il delitto Di Vagno in una dimensione
tutta locale.
Quasi che Dumini ed i complici che portarono alla
morte Matteotti fossero diversi da coloro cui, l'uomo venuto dal
Tavoliere (come da una ricerca che sarà presto pubblicata)
armò la mano per volere di Benito Mussolini, lo stesso mandante
materiale o morale.
Matteotti infuocò il Parlamento con quel suo ultimo discorso
alla Camera il 30 maggio 1924, che gli fece dire ai suoi compagni
«preparate il mio funerale»; Di Vagno accese di passione
socialista i contadini pugliesi con comizi ed assemblee, con scritti
sempre firmati con pseudonimi sulla stampa, in modo da sfuggire
alla repressione della polizia.
Matteotti con il richiamato studio, Un anno
di dominazione fascista, straordinario per la lucidità
dell'analisi della situazione politica e della condizione economica
del Paese e per la puntigliosa descrizione degli atti di repressione
del fascismo in tutto il Paese; con l'elencazione minuziosa degli
atti d'abuso del Governo nelle elezioni e nella mutilazione delle
autonomie locali.
Nel quale venne dato conto delle centinaia di
comuni socialisti disciolti, e fra questi ben trenta solo in Puglia,
con la ricorrente motivazione: «per fare con calma ed obiettività
lo studio delle condizioni del Comune di ...è sembrato necessario
eliminare l'attuale amministrazione elettiva, che del resto era
in crisi»; con una meticolosa e diligente ricostruzione delle
cronache dei fatti, fra i quali non poteva mancare il riferimento
(testuale) a Bari; «dove i fascisti invadono la sede del Comitato
pro-monumento a Giuseppe Di Vagno, imponendone lo scioglimento.
Devastano (a Conversano) la Farmacia Panaro ed impongono la chiusura
per dieci giorni delle botteghe di Pasquale Chiarappa, Giuseppe
Gigante, Livio Gigante».
«I numeri, i fatti, e i documenti raccolti
in queste pagine - disse Matteotti nella premessa di questo scritto
- dimostrano che mai tanto come nell'anno fascista l'arbitrio si
è sostituito alla legge, lo Stato asservito alla fazione
e divisa la Nazione in due ordini, dominatori e sudditi».
Le uccisioni di Matteotti e Di Vagno, diverse
nei modi d'esecuzione, ma identiche per finalità e mandanti,
storicamente vanno dunque rivisitate assieme, mettendo in rete le
ricerche storiche, per Matteotti, giustamente, molto più
avanti.
La Fondazione esprime il sincero ringraziamento
alla Camera dei deputati, nella persona del suo Presidente Pier
Ferdinando Casini. Raccogliendo l'invito a dare alle stampe prima
l'insieme degli atti e dei documenti che riguardano la vicenda umana
e poi gli scritti inediti di Giuseppe Di Vagno, essa ha dato ulteriore
testimonianza della propria riconoscenza nei confronti del contributo
di alto valore politico, umano, civile profuso dai suoi membri per
assicurare democrazia al nostro Paese, libertà ai suoi cittadini.
Per il sangue versato da Di Vagno e Matteotti
per combattere la dittatura fascista.
Perché la memoria, che spesso si è
cercato addirittura di rimuovere, più che confinata nella
leggenda o nella mitologia, alimentata ogni anno dai cortei o dalle
celebrazioni di rito, possa rappresentare un permanente laboratorio
di riflessione per le nuove generazioni.
La memoria, che non appartiene a questa o a quella
parte della travagliata storia del socialismo italiano, giacché
la storia politica ed il sacrificio umano di Giuseppe Di Vagno sono
parte integrante della lotta dell'intero movimento operaio meridionale
ed italiano che sta da una parte sola: la sinistra, l'unica nella
quale fu e dove è naturale che stia anche oggi.
Una memoria, tuttavia, che non va relegata nei confini degli studi,
ma che occorre tenere sempre viva nel presente, in un'epoca nella
quale appaiono sempre più sopiti gli ideali e spente le passioni.
Quando l'essenza di quella che un tempo era la
lotta politica oggi assume vieppiù i connotati dello scontro
tra gruppi e lobby per la difesa o la protezione d'interessi: che
ha generato un impasto di consensi che va dai ricchi, cui si garantiscono
meno tasse ed un occhio meno attento ai confini tra legalità
ed illegalità, tra interesse privato ed interesse pubblico
e collettivo, ai poveri nei quali è stata alimentata la speranza
che un giorno anche loro potranno raggiungere quelle stesse vette
di ricchezza, povera di ideali.
La politica, che mai come nell'epoca contemporanea
ha necessità di recuperare la sua tensione ideale, la capacità
di sapersi richiamare ai principi, di non smarrire la demarcazione
tra chi sta dalla parte dei bisognosi e chi dall'altra; di chi cerca
la via per l'abbattimento delle barriere perché la società
diventi più giusta, fatta di riconoscimento degli altri,
d'intollerabilità alle disuguaglianze, d'accettazione delle
diversità e di rifiuto di quelle contrarie alla dignità
dell'uomo.
Riscoprendo la lungimiranza per cui si sta in
politica non per risolvere il quotidiano, ma per dare un senso al
futuro.
Un'operazione che non può prescindere da
quello che ci viene dal passato, da coloro che hanno pagato con
la loro vita per questi ideali: da Di Vagno a Matteotti, a Gramsci;
da Amendola a Rosselli a Bruno Buozzi; ai martiri dell'età
contemporanea, come Aldo Moro; a coloro che hanno speso una vita
intera di privazioni, di sacrificio e di grandi coerenze, da Pertini
a Saragat a Nenni, da Sturzo a De Gasperi a La Malfa, ai quali,
assieme a tanti altri, si deve se la nostra democrazia è
grande e ancora oggi, nonostante tutto, rispettata nel mondo.
Ed alla quale le pagine che seguono, i documenti,
le testimonianze hanno l'ambizione di assicurare un ulteriore, seppure
modesto, contributo. |
Gianvito
Mastroleo;
Presidente Fondazione "Giuseppe Di Vagno (1889-1921)"
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| PRESENTAZIONE DEL I VOLUME DEDICATO A GIUSEPPE DI VAGNO |
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Sala consiliare del Comune di Conversano
28 gen. 2005 ore 19.00
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| Le notevoli, già
sperimentate capacità organizzative che sa così sapientemente
spendere in favore della nostra comunità e quindi i consensi
che poi riesce anche a far catalizzare intorno alle sue iniziative
hanno, ancora una volta, premiato l’infaticabile, meritoria
attività del presidente della “Fondazione Di Vagno”.
Gianvito Mastroleo ha, infatti, presentato, con notevole successo,
venerdì sera scorso, il primo volume dedicato, al martire socialista
Giuseppe Di Vagno. La sala consigliare “M. Fantasia” era,
infatti, così affollata di conversanesi che questi sono stati
costretti ad assistere in piedi alla presentazione del primo tomo
(dei tre originalmente previsti) della serie dedicata a “Giuseppe
Di Vagno (1889-1921)”. Venerdì è stato, per l’appunto,
presentato il primo di questi volumi (“Documenti e testimonianze
1921-2004, a cura di G. Lorusso e V. A. Leuzzi, con introduzione di
G. Mastroleo, Camera dei Deputati, Roma 2004,pp. XIV-280 con numerose
ill. a colori e in b. e n.).
Il Sindaco, presentando i partecipanti alla cerimonia, non ha potuto
fare a meno di congratularsi con gli organizzatori. Li ha lodati
per essere riusciti, felicemente, in ben due non comuni imprese.
Riunire tutte e tre le componenti socialiste cittadine. E, nel contempo,
di aver attirato anche un considerevole numero di giovani, con la
prevalenza di un nutrito numero di donne. Giovani che ha rilevato
- troppo spesso - sono, invece, assenti dalle manifestazioni politiche
e culturali cittadine che il comune sponsorizza.
Dopo il Sindaco, il presidente della “Fondazione G. Di Vagno”
ha fatto rilevare quanto siano risultati fruttuosi (per gli impegni
e studi che la Fondazione intende promuovere) le sollecitazioni
e gli apporti culturali che hanno offerto Sebastiano Vassalli (presidente
emerito della Corte Costituzionale); la professoressa Simona Colarizi
(profonda conoscitrice del fascismo pugliese); l’ex ministro
Rino Formica quando, per l’appunto - nella “Sala del
Cenacolo” della Camera dei Deputati - hanno presentato il
volume dedicato a Di Vagno.
È, quindi, intervenuto il professor Luigi Masella, ordinario
presso l’Università di Bari di Storia contemporanea.
Questi ha, inizialmente, lodato l’impianto metodologico dato
al volume dedicato a Di Vagno. Ne ha elogiato, senza riserve, l’acribia
filologia. Quindi, la completezza della documentazione che raccoglie
per la prima volta. E che - ha sottolineato - è messa quindi
a disposizione degli studiosi come un provvidenziale supporto per
gli storici che vorranno delineare la storia del socialismo riformista
pugliese che, purtroppo, attende, colpevolmente, ancora di essere
scritta per intero.
È seguito, poi, l’intervento del professor Nicola
Colonna, titolare della cattedra di Storia delle dottrine politiche
presso l’Università di Bari. Ha incentrato il suo contributo
su una querelle particolarmente delicata: perché lo squadrismo
fascista ha eliminato, fisicamente, il socialista riformista Di
Vagno. E, invece, non è intervenuto, con la stessa sadica
efficacia, nel sedare - con altrettanto cinico spargimento di sangue
- l’occupazione delle terre nel Lazio e nell’Italia
meridionale del 1919. E, quindi poi, l’ occupazione delle
fabbriche del ‘920.
Il professor Colonna ha sostenuto, in proposito, che Peppino Di
Vagno è stato fisicamente eliminato proprio perché
era un socialista riformista. Perchè le rivolte sociali -
sfociate nell’occupazione delle terre e con l’occupazione
delle fabbriche - non erano e non potevano che essere considerate
che degli episodi. Anche se clamorosi. Quindi dei sommovimenti popolari
destinati a rimanere nella storia proprio come delle mere esplosioni,
senza però un reale futuro. Mentre, invece, il socialismo
riformista che Di Vagno “predicava” aveva caratteristiche
socialmente davvero rivoluzionarie. Poiché era, potenzialmente,
destinato ad avere ripercussioni radicali nella vita sociale, non
solo della Puglia, ma di tutta l’Italietta giolittiana.
Di qui la realistica, quanto imprescindibile necessità politica
di stroncare una vita: per tutelare i precipui interessi degli agrari.
E, quindi, precipuamente volta a contrastare quel maremoto, inarrestabile,
che sarebbero divenute le legittime, moderate richieste dei “cafoni”
pugliesi: guidati da Peppino Da Vagno.
Chi, infatti, guidava il movimento delle squadracce fasciste in
campo nazionale, aveva intuito quanto virtualmente inarrestabile
sarebbe stata l’opera dell’avvocato pugliese: se gli
si fosse permesso, ancora più a lungo, di diffondere il verbo
riformista. I “cafoni” pugliesi, infatti, erano sollecitati,
dal “gigante buono, a esigere - pacificamente - di essere
chiamati a condividere la responsabilità dell’amministrazione
dei loro comuni. E, quindi così, ad affrancarsi, democraticamente,
dal giogo servile cui erano costretti dagli agrari. E questi inviti
- che minacciavano realmente gli interessi degli agrari - avevano
già ottenuto risultati che gli agrari consideravano inammissibili.
Infatti i socialisti riformisti conversanesi, capitanati da Peppino
Di Vagno, avevano iniziato col vincere, democraticamente, le elezioni.
Non avevano, quindi, capeggiato una sommossa violenta. Ma con le
armi della democrazia potevano amministrare Conversano. Per questo
i “cafoni” conversanesi divenivano un esempio contagioso.
E i loro risultati era tanto esaltanti che sarebbero potuti dilagare
in tutta Italia se a Di Vagno e per ciò ai riformisti fosse
stata ancora data l’opportunità di “predicare”
il loro verbo. Di qui il tragico epilogo della breve, ma intensa
attività di Peppino Di Vagno.
È poi intervenuto, Guido Lorusso che ha delineato le linee
direttrici che informeranno la redazione dei due altri tomi che
seguiranno a quello già presentato. Ha rimarcato, per l’appunto,
come il prossimo secondo, che sarà pubblicato entro quest’anno,
raccoglierà tutti gli scritti e quindi i testi degli interventi
fatti da Giuseppe Di Vagno dal 1914 al 1921. Ha chiuso l’incontro
l’avvocato Mastroleo che ha invitato i presenti a sollecitare
coloro che sono in possesso di documenti che riguardano, direttamente
o indirettamente, la storia del socialismo pugliese a depositarli
presso la Fondazione. Ed ha approfittato dell’occasione per
comunicare che il dr. Guido Lorusso, uno dei curatori del volume
poco prima presentato, ha deciso di conferire alla “Fondazione
Di Vagno” il suo non modesto archivio, che è il frutto
di una intera vita di ricerche effettuate presso i più importanti
archivi pugliesi, E che vanta un numero davvero imponente di documenti
che riguardano il socialismo pugliese. |
francoiatta@tiscali.it
pubblicato su "l'altroFAX", a. III, n. 21, del 2/02/2005,
p. 6 |
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